AGI - "Il numero di lupi è aumentato fino a due anni fa, poi adesso sembra che siano diminuiti". Alberto Meriggi, già professore di Ecologia all'Università di Pavia, parte da qui per descrivere la fase più recente della presenza del lupo nell'Italia settentrionale. Non è una stima ufficiale né un censimento, ma una percezione costruita sul campo, lungo i transetti che continua a percorrere anche dopo la pensione.
"In alcuni tratti dove un tempo trovavo decine di segni di presenza, oggi ne osservo molti meno", spiega. Una differenza che, secondo il ricercatore, può avere più cause: la riduzione del cinghiale legata alla peste suina africana, i cambiamenti nella disponibilità di prede e soprattutto lo spostamento dei branchi verso aree più basse. Non tanto una scomparsa, quindi, quanto una redistribuzione in territori ormai saturi nelle zone storiche di montagna e collina.
Espansione e adattamento del lupo
È proprio questo passaggio a spiegare la fase attuale del ritorno del lupo: dopo aver consolidato la presenza lungo l'Appennino e nelle aree collinari, la specie ha continuato ad espandersi fino alla Pianura Padana. "Pian piano c'è stato un aumento che non si è fermato alle zone montane, ma è andato avanti anche in pianura, il lupo è arrivato a passare il Po", racconta Meriggi, che segue il fenomeno dagli anni Ottanta, quando le prime segnalazioni comparvero nell'Appennino pavese.
Oggi la novità più evidente è l'adattamento a un ambiente molto diverso da quello originario. In pianura, dove boschi e ungulati sono meno diffusi, il lupo ha modificato la propria dieta. "La nutria nelle nostre zone è diventata la preda elettiva", osserva. Una scelta legata alla disponibilità: abbondante, relativamente facile da catturare e diffusa lungo corsi d'acqua e aree agricole. "È un animale adattabile, più che opportunista", sottolinea, evidenziando come il lupo mantenga comunque una selezione delle prede legata all'esperienza del branco. Questo cambiamento ha avuto effetti anche sul rapporto con le attività umane. Nelle prime fasi del reinsediamento, quando la fauna selvatica era più scarsa, le predazioni sul bestiame erano più frequenti.
Interazione con l'uomo e prevenzione
"Oggi sono diminuite", afferma Meriggi, indicando come determinante l'uso di misure di prevenzione, in particolare le recinzioni elettrificate. "Dove ci sono delle predazioni bisogna intervenire con la prevenzione, non pensando di risolvere il problema abbattendo qualche lupo". I grandi corridoi ecologici, come quello del Ticino, restano vie fondamentali di dispersione, soprattutto nelle ore notturne, quando la specie riduce al minimo il contatto con l'uomo. Un comportamento che conferma la capacità del lupo di convivere in paesaggi fortemente antropizzati, mantenendo però strategie di evitamento.
Percezione pubblica e futuro del lupo
Secondo Meriggi, però, la percezione pubblica della presenza del lupo non sempre riflette la realtà. "Moltissime segnalazioni e video che circolano sono falsi o fuori contesto", dice, parlando di un effetto amplificatore che alimenta il dibattito polarizzato. Anche su temi come l'ibridazione o gli attacchi ai cani invita alla cautela, ritenendo che il problema sia spesso sovrastimato. Dopo quasi quarant'anni di osservazioni, il quadro che emerge è quello di una specie dinamica, capace di espandersi, adattarsi e redistribuirsi in base alle condizioni ambientali. "Il lupo continua a fare il lupo", conclude. "Il problema è capire se noi siamo ancora capaci di guardarlo per quello che è".





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