AGI - Francesco Guccini con le sue canzoni è stato un pioniere dell'ecologia, una voce che ha denunciato con decenni di anticipo le grandi questioni ambientali. Il legame viscerale con le montagne del suo Appennino, a Pavana, infatti, gli ha sempre ispirato un grande amore per la Natura. Di qui i testi 'visionari' sul cambiamento climatico, la distruzione del territorio e la necessità di ritrovare un'armonia tra uomo e ambiente.
La canzone emblematica di questo impegno è la profetica "Il vecchio e il bambino" del 1972 in cui il vecchio incarna una vita ormai vissuta, la memoria del passato, la rassegnazione per il male inflitto al nostro pianeta a seguito di una guerra nucleare o di una catastrofe ecologica. Lungo quel cammino senza meta, il vecchio dice al suo piccolo compagno: "Immagina questo mondo coperto di grano, di frutti, di fiori e di colori; immagina questa pianura tutta verde e illuminata dal sole che segnava le stagioni". Il disastro nucleare e la devastazione ambientale sono rappresentati dal deserto coperto di polvere rossa, dalla luce offuscata dal fumo degli incendi e dal silenzio agghiacciante.
Alberi e foreste nei testi di Guccini
Alberi e foreste sono un tema ricorrente per il "maestrone": nell'album di esordio del 1967 c'è "Noi non ci saremo", resa famosa dai Nomadi e poi reinterpretata dai CSI, che parla in tono apocalittico di foreste in un mondo dove l'Uomo è scomparso per sua stessa mano.
La denuncia contro la minaccia nucleare
Un'altra denuncia arrivava da 'L'atomica cinese', una composizione contro la minaccia nucleare che incombe sul pianeta ("Una nuvola di morte, una nuvola spettrale che va / Sopra i campi della Cina, sopra il tempio e la risaia").
Il castagno e il legame con i boschi
Il castagno, simbolo del legame millenario tra esseri umani e foreste, è presente in 'Amerigo', struggente racconto di emigrazione verso l'America, nel malinconico canto di guerra "Il caduto" e nel dialogo con i boschi d'Appennino in "Canzone di notte n. 4".
La natura fatta di ricordi
La Natura per Guccini era fatta soprattutto di ricordi come in "Natale a Pavana", in dialetto pavanese, in cui parlava degli alberi e del legno della sua terra, l'Appennino, e del ritorno "a cà mia, al me fiume, ai mée monti, al mé mondo".



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