AGI - Saggio, pamphlet, riflessione urbana, narrazione visionaria: non è semplice ricondurre a un genere il libro del giornalista e saggista Filippo Rossi, già direttore artistico del festival Caffeina ed ex presidente del Consiglio comunale di Viterbo. ‘Pensare la città. Viterbo immaginaria, leggere il futuro’ (Rubbettino) parte dall’analisi delle potenzialità mai pienamente espresse della Città dei Papi per allargare lo sguardo alla provincia italiana, provando a leggerla come una vera e propria categoria di pensiero.
Per comprendere meglio gli obiettivi letterari e civili di un testo tanto particolare, nel suo essere concreto e al tempo stesso utopico, l’AGI ha incontrato Filippo Rossi.
Nel libro sostiene che una città ha bisogno di una visione per il futuro. Ma cosa significa concretamente, in termini di scelte?
Significa, innanzitutto, non fare le cose soltanto perché si può. Ma decidere quale città si vuole costruire e poi individuare, attraverso un lavoro serio tra politica, tecnici e comunità, priorità e strumenti necessari per riuscirci. La visione non è una formula suggestiva, ma il criterio che consente di stabilire come agire concretamente.
In termini pratici?
Molto spesso, specie dinanzi a finanziamenti europei, bandi o al PNRR, la nostra politica sembra rovesciare il processo: non parte da un progetto da realizzare cercando risorse, ma dalle risorse disponibili inventando qualcosa da finanziare. Non deve essere il bando a comandare la città, ma la città a usarlo all’interno di una sua traiettoria. Altrimenti si rischia di ristrutturare una piazza già decorosa senza aumentarne fruibilità o valore, di spendere molto per un piccolo parcheggio periferico quando sarebbero bastate ghiaia e buona illuminazione, o di costruire un ascensore per superare un minimo dislivello quando esiste già una strada. Sono esempi generici, che non indicano interventi sempre sbagliati; il problema è la casualità. Una somma di opere scollegate produce città-patchwork: ogni pezzo può anche essere utile o gradevole, ma serve un disegno coerente in grado di tenere insieme l’intero organismo urbano. La politica deve provare a essere il romanziere della città. Scegliendo una trama, collegandone i capitoli e scrivendone la storia dall’oggi verso il domani.
Dal 2006 al 2019, con il festival Caffeina, ha sperimentato l’idea di trasformare Viterbo attraverso la cultura. Guardando oggi a quella esperienza, che cosa ha funzionato e che cosa, invece, non lo ha fatto?
Ha funzionato tutto, tranne ciò senza cui, alla lunga, nulla può continuare: la sostenibilità economica. Caffeina è stata figlia di una grande passione, ma anche di un grande errore, la convinzione, o forse la speranza, che un soggetto privato nato dal basso potesse assumere una funzione politica e usare un festival per cambiare il racconto di una città. Credo che Caffeina abbia rappresentato una svolta nel racconto di Viterbo. Ha mostrato una città diversa, riempito il centro storico, prodotto socialità e modificato lo sguardo di molti viterbesi verso i propri spazi.
Dove si è spezzato il meccanismo?
L’errore, mio e della città, è stato pensare che una svolta simile potesse avvenire senza una vera scrittura politica. Che un festival riuscisse non solo ad accendere un’immagine, ma a trasformarla in struttura permanente. Viterbo non vanta un tessuto industriale forte, grandi imprenditori o risorse private sufficienti a sostenere nel tempo un progetto di quelle dimensioni: la difficoltà nell’attrarre fondi non è stata quindi solo organizzativa, ma anche strutturale. A quel punto sarebbe dovuta subentrare la politica. Non per aiutare un soggetto privato, ma per assumere il compito della scrittura collettiva. Trasformando il festival in elemento culturale stabile, dotato di strumenti, competenze, risorse e continuità. Questo non è accaduto e il nostro sbaglio è stato anche credere di poter supplire a quella mancanza. Naturalmente ne abbiamo commessi anche nella costruzione concreta dell’evento, sono responsabilità che mi assumo.
A che errori si riferisce?
Riguardano la costruzione concreta del festival. Alcune scelte potevano essere più misurate, il programma risultare meno sovradimensionato e la crescita meno bulimica. Ma la lezione politica è più profonda e rappresenta il motivo per cui nel libro non cito Caffeina: non volevo sostenere che il destino di Viterbo si esaurisse nella storia di un festival. Una manifestazione può dare luce e lasciare traccia nell’immaginario di una città, ma non sostituire la politica, le istituzioni e una strategia di lungo periodo.
Nel libro Viterbo diventa quasi un personaggio: quanto c’è della visione dell’autore? In altri termini, chi decide concretamente cosa una città desidera essere o diventare?
Il libro contiene inevitabilmente la mia visione: chi scrive racconta anche sé stesso e il proprio punto di vista. Ma non vuole rappresentare una Bibbia su Viterbo né stabilire ciò che debba essere, sarebbe una pretesa assurda. Alla seconda parte della domanda rispondo in modo secco: decidere quale città vogliamo diventare è mestiere della politica, secondo la mia idea della sua funzione.
Naturalmente parlo di politica democratica, la città è una costruzione collettiva, ma la responsabilità di tenerla insieme, darle una direzione e trasformarla in racconto coerente spetta alla politica. Può utilizzare i bandi, raccogliere idee, ascoltare i cittadini, affidarsi ai tecnici, coinvolgere le energie private e lasciare loro spazio, ma questi strumenti vanno inseriti in una scrittura pubblica. Bisogna sapere perché qualcosa viene fatto e verso quale obiettivo conduce, distinguere l’utile dal superfluo. Cazzullo ha appena dedicato un libro al Rinascimento e io ho una concezione rinascimentale della politica. L’Italia moderna è nata anche perché grandi italiani hanno saputo immaginare città possibili prima di costruirle.
Quanto questo libro rappresenta un bilancio della sua esperienza viterbese e quanto, invece, una proposta politica per il futuro?
È un bilancio perché nasce da tutto ciò che ho vissuto a Viterbo, ma non un consuntivo. Usa quell’esperienza come materiale per aprire una discussione. Non ho scritto per stabilire chi avesse ragione, ma per provare a capire perché una città con enormi possibilità continui a faticare nel trasformarle in una direzione. L’atto stesso di pubblicare e cercare di portare una domanda nello spazio pubblico è per me politico. Potrei fermarmi qui, ma non è ancora detto che lo faccia. In ogni caso sarebbe sbagliato considerare questo libro qualcosa che precede la politica o che le resta estraneo. Attraverso le sue pagine, ritengo di star facendo politica nella mia città anche se non necessariamente in ottica elettorale. Non si tratta di un programma amministrativo o di un testo che pretende di consegnare soluzioni univoche. Non desidero che Viterbo pensi come me, ma che torni a pensare sé stessa, aprendo un dibattito sul suo futuro.


![È la Giornata della pasta. All'Italia il record per produzione e consumo [VIDEO]](https://images.agi.it/pictures/agi/agi/2023/10/25/054941390-85f6c5b8-c12f-4c1f-9e22-0ff77922598e.jpg)




·
·
·
·
·
·
·