Ucraina e ddl antisemitismo, i riformisti del Pd 'sfidano' Schlein

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AGI - Al tavolo del programma, va bene. Ma con la propria identità. E, soprattutto, con due limiti invalicabili: il sostegno all'Ucraina, anche in armi, contro l'invasione di Putin. E il sostegno al ddl antisemitismo. Da Prato, i riformisti inviano messaggi chiari alla segretaria del Pd. "Siamo leali, ma prendiamoci un po' di libertà", dice Graziano Delrio ricordando la prima assemblea nazionale riformista, quella di un anno fa a Milano.

Tempi diversi, non fosse altro che per il fatto che le elezioni sono più vicine di un anno, forse meno. E se allora il discorso di Delrio valeva per il dibattito interno al Pd, oggi acquista un peso nazionale, parla alla coalizione.

Identità e valori al centro del confronto

Tradotto: non basta essere testardamente unitari, anzi. Si rischia di perdere terreno a tutto vantaggio degli altri azionisti del campo largo. "L'unità va bene, ma solo se il prezzo dell'unità non è la rinuncia ai valori e all'identità del Pd", è la sintesi di Giorgio Gori, in predicato di essere il 'campione' dei riformisti Pd alle primarie di coalizione. E se "Conte detta le sue proposte, noi mettiamo sul tavolo i nostri punti qualificanti", aggiunge l'eurodeputato ed ex sindaco di Bergamo. I punti qualificanti partono dal titolo stesso scelto per l'assemblea: Cambiare! Che significa candidarsi a guidare il Paese dopo gli anni di governo della destra, ma anche cambiare linea, atteggiamento nei confronti degli alleati, rivendicando la propria identità fatta di valori e principi fondanti.

Il sostegno all'Ucraina come principio non negoziabile

Ad esempio, il sostegno all'Ucraina, anche in armi, mai messo in discussione dal Partito Democratico, nemmeno sotto la guida di Schlein. Un principio "non negoziabile" dice Lorenzo Guerini. E con lui Filippo Sensi: "Non é in discussione il sostegno, anche in fornitura di armi all'Ucraina". Lorenzo Guerini mette in guardia chi pensa di procrastinare la discussione sui nodi e giocare sul tempo: "Non accettiamo prendere o lasciare sull'idea di Europa. Noi non accettiamo il prendere o lasciare sull'Ucraina. Noi spiegheremo le ragioni perché non accettiamo prendere o lasciare, con i disegnini se sarà necessario, se non capiscono".

Lo scontro sul ddl antisemitismo

L'altro paletto é il ddl antisemitismo. Qui il tavolo del programma non c'entra, C'entra, e tanto, il rapporto tra i riformisti e la maggioranza del partito. La decisione di virare verso il no al disegno di legge, presa al termine di una riunione di gruppo alla Camera di oltre quattro ore, non è digeribile per i riformisti. Nella sala della Casa del Popolo dell'Arci Coiano siede Emanuele Fiano, ex parlamentare del Pd e figlio di Nedo, reduce dai campi di sterminio nazisti. Per lui quel voto sul ddl è "un limite invalicabile".  Il rischio, avverte Fiano, non è tanto e non è solo "perdere Fiano", ma perdere "l'identità stessa del Pd".

Il peso di quel voto "sarebbe insostenibile", aggiunge facendo capire che uno dei piedi è già fuori dall'uscio. Lorenzo Guerini sottolinea che "ogni volta che qualcuno manifesta a noi un disagio, una difficolta' di appartenenza a questa nostra comunità non possiamo non farcene carico. Chiedo a Lele Fiano di stare con noi, di combattere con noi". Un appello accorato alla segretaria arriva da Walter Verini e Giorgio Gori.

"Lele Fiano ha tracciato una linea, il Pd è in tempo per non valicare quella linea", dice Gori schivando, con poco successo, ogni domanda su una sua prossima corsa alle primarie. "Non se ne parlerà qui, oggi", risponde ai cronisti. Che non è un 'no', quindi una apertura. Certo, come ragiona un esponente del Pd, è ancora presto per discuterne. Bisogna vedere, intanto, se le primarie si faranno. E poi con quali regole.

Il nodo delle primarie di coalizione

Per i riformisti devono essere primarie con il doppio turno, come fu per la sfida Letta-Bindi nel 2012 e come fu per Renzi-Bersani. Anche perché, viene spiegato, avrebbe poco senso schierare Gori in una competizione a turno unico contro Schlein e Conte. Toglierebbe terreno alla segretaria del partito a tutto vantaggio del leader M5s. E una coalizione a trazione Conte, sottolinea un riformista, "sarebbe una tragedia". Il secondo paletto sulle primarie è che si tratti di primarie analogiche.

Senza voto online, "sappiamo tutti come l'online possa essere influenzato e difficilmente controllabile"", spiega Delrio. Il fatto che il M5s voglia, al contrario, turno unico e primarie ibride non è affatto casuale. Per vedere Gori in campo, insomma, occorre che almeno sia previsto il doppio turno. In alternativa, occorrerà attendere il prossimo congresso. Nessuno tra i riformisti evoca il congresso del Pd. Non ora, non alla vigilia di elezioni che sembrano sempre più vicine. Se c'è una cosa su cui maggioranza e minoranza del Pd sono d'accordo è che i segnali che arrivano da Palazzo Chigi, dall'abolizione del bollo auto al decreto scuola, portano alle urne. Semmai, suggerisce un esponente riformista, bisogna guardare ad altri e ascoltare certi silenzi 'troppo rumorosi'. Il riferimento è a Roberto Gualtieri, sindaco di Roma su cui sembrano concentrate le attenzioni della minoranza Pd. La sua, è il ragionamento, è una scommessa alla "ti piace vincere facile".

E' al termine del mandato, se le cose vanno male per Schlein, potrà candidarsi alla segreteria avendo un certo margine di vittoria e sponsor politici dentro e fuori il Pd (il riferimento è a Giuseppe Conte che ha avuto in Gualtieri il ministro dell'economia del suo secondo governo). Se le cose vanno bene, viene aggiunto, farà il ministro. Dubbi, sospetti e strategie che si affastellano sotto il tetto della Casa del Popolo di Prato dove si compulsano i sondaggi. Gli ultimi sono quelli che danno il Pd sotto la soglia psicologica del 20 per cento e il M5s oltre il 14 per cento. E si sospira: "Testardamente unitari, ma anche meno". 

 

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