“Scrivere il passato è più facile che capire il presente”

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AGI - A meno di due settimane dalla pubblicazione, ‘I Làzàr’ di Nelio Biedermann ha già scalato le classifiche italiane piazzandosi in seconda posizione nella narrativa straniera e in ottava in quella generale.

Un risultato straordinario, ma atteso, visto che si tratta di una delle uscite più anticipate della stagione, dopo il successo incassato in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, oltre che in Germania e in Svizzera, dove è stato pubblicato nella lingua madre dell’autore, originario di Zurigo.

Giovanissimo – quando, due anni fa, ha finito il romanzo, aveva  solo 21 anni - Biedermann è stato paragonato a Mann, Roth, Singer soprattutto per la scelta di affrontare una saga familiare multigenerazionale abbracciando una narrazione di ampio respiro.

Ospite di Pordenonelegge, lo abbiamo intervistato per parlare della forza della letteratura, dell’uso pragmatico della prospettiva storica per strutturare la posta in gioco narrativa e del fascino universale delle saghe familiari partendo dall’affermazione di Houellebecq, secondo cui attraverso l’arte gli esseri umani possono vivere molteplici vite.

I Lázár ha l'ampiezza e l'ambizione di un romanzo che attraversa generazioni, guerre, rivoluzioni e la fine di un intero mondo. Che cosa spinge uno scrittore così giovane come te ad affrontare una storia tanto vasta, invece di scrivere della propria generazione e del mondo in cui vive oggi?

Da un lato, ho sempre voluto raccontare la storia della mia famiglia. È qualcosa che ho desiderato ancora prima di cominciare a scrivere, e mi è venuto molto naturale farlo. Dall'altro non avevo pensato alla dimensione del Progetto, a quante cose potessero andare storte e a quanto potesse essere difficile. Ho trovato più facile scrivere del passato che del presente perché, anche se bisogna fare moltissima ricerca, racconti qualcosa che sai già come andrà. Intendo dire che il presente è così incerto che è difficile capire su cosa concentrarsi, o sapere già ora che cosa sarà importante domani. Voglio fare un esempio: un'amica, che è anche una scrittrice straordinaria, ha scritto un libro su una famiglia ebrea. Pochi mesi dopo la pubblicazione c'è stato l’attacco del 7 ottobre e tutto è cambiato. L'intero libro ha cominciato a essere letto in modo completamente diverso, semplicemente perché era accaduto qualcosa che lei non avrebbe potuto prevedere. Penso di aver finalmente trovato, dopo questo libro, la fiducia necessaria per scrivere anche del presente.

A questo proposito, ha detto di aver cominciato a scrivere questa storia quando aveva appena sedici anni e di essersi reso conto presto di non essere ancora pronto. Come si fa, anche se si hanno poco più di vent'anni, a capire di essere finalmente abbastanza maturi da raccontare mezzo secolo di storia europea?

Quando avevo sedici anni mi sono messo a scrivere e dopo poche pagine mi sono reso conto di non essere abbastanza bravo. Nel corso degli anni, ci ho riprovato più e più volte. A diciotto anni sono riuscito a scrivere cento pagine, ma anche allora non ero ancora abbastanza bravo. Poi, quando avevo venti o ventuno anni, il romanzo ha cominciato a funzionare ed ero al quinto tentativo. Penso che sia stato anche un bene non chiedermi se fossi abbastanza maturo o non farmi spaventare dalla vastità del progetto. Ho semplicemente provato. Avrei potuto continuare per dieci anni, provando e riprovando. Non sto dicendo di essere Adesso abbastanza maturo, anzi: spero che tra dieci anni mi guarderò indietro e penserò di non essere stato affatto maturo e che avrei potuto farlo molto meglio.

Negli ultimi anni sembra esserci un rinnovato interesse per le saghe familiari, dopo un lungo periodo in cui l'autofiction e le narrazioni molto ripiegate sull'io sono state dominant. Che cosa pensa cerchino oggi i lettori in queste grandi storie familiari?

Penso che raccontare una storia, una vita o una saga familiare crei una sorta di incantesimo sui lettori, perché tutti possono identificarsi. La letteratura è nata con la necesità di raccontgare e penso che sia per questo che raccontare semplicemente una storia continuerà sempre a esercitare una grande attrazione sui lettori. Anche Houellebecq, che è qui al festival di Pordenone, credo abbia detto una volta che noi esseri umani siamo troppo complessi per vivere una sola vita. Per questo abbiamo bisogno di più vite. Per questo abbiamo bisogno dell'arte e della letteratura.

I Lázár racconta un mondo aristocratico con una certa fascinazione, ma anche con violenza e decadenza. Come si raccontano la bellezza e il fascino di un mondo perduto senza trasformare il romanzo in un esercizio di nostalgia?

Credo di aver potuto farlo proprio perché io, personalmente, non provavo nostalgia per quell'epoca. Ho potuto trovare un equilibrio perché nei racconti di un mio prozio o di mio padre, che pure non l'aveva vissuta in prima persona, quella nostalgia era molto presente. Ma io non ho mai provato nostalgia per quel periodo. Non avrei voluto crescere in un castello.Sono molto contento di essere nato a Zurigo e di essere cresciuto in modo molto, molto diverso dai miei nonni. E credo che proprio per questo ho potuto raccontare quell'epoca senza la notalgia delle generazioni che mi hanno preceduto: potevo bilanciarla e mostrare che era un periodo nient’affatto facile.

Lei è cresciuto in una generazione dominata dalla comunicazione veloce, dai video brevi e dall'attenzione incostante. Pensa che il successo del suo libro possa significare che c'è una reazione alla frammentazione del nostro tempo e una sorta di ritorno verso storie più ampie, più lunghe e più profonde?

La letteratura ha sempre un rapporto strano con la realtà. Voglio dire, è sempre un modo di riflettere la realtà o di incorporarla. Ma, alla fine, la letteratura fallisce sempre, perché non si può afferrare la realtà così com'è. Ci hanno provato in modi molto diversi. Zola o Flaubert, per esempio, cercavano di avvicinarsi moltissimo e di scrivere in modo molto realistico, per arrivare il più vicino possibile alla realtà. Dopo di loro sono arrivati autori che hanno cercato di avvicinarsi alla realtà attraverso una letteratura frammentata e il flusso di coscienza. Erano tutti tentativi diversi di avvicinarsi il più possibile alla realtà. Alla fine, però, tutti questi tentativi devono fallire. Non ci si può avvicinare abbastanza alla realtà. E credo che forse sia anche per questo che alcuni scrittori tornano a ciò che appare, o può apparire, e non a ciò che è, perché hanno in qualche modo accettato che la letteratura fallirà sempre nel rappresentare la realtà e che il potere della letteratura consiste nel trasformare la realtà in una storia. Perché è quello che facciamo continuamente: abbiamo bisogno di storie. Ogni relazione è la storia che raccontiamo a noi stessi. Se ti innamori di qualcuno e poi lo sposi, continui in qualche modo a confrontare ciò che vivi con le storie e con i libri, e racconti a te stesso una storia: la storia di come vi siete incontrati e di come vi siete conosciuti. Quindi penso che la nostra vita sia un continuo raccontare una storia a noi stessi.

Come gestisce il paragone con Thomas Mann e con I Buddenbrook? Perché ovunque si legga del suo libro, sembra che il riferimento sia sempre quello.

Ovviamente è meraviglioso essere paragonato a Thomas Mann, ma non prendo la cosa troppo sul serio, perché non mi paragonerei mai a lui. E sono perfettamente consapevole del fatto che ogni saga familiare tedesca, soprattutto se scritta in tedesco, finisce per essere paragonata ai libri di Thomas Mann. Sapevo che sarebbe potuto succedere ed è bello che il paragone venga fatto in senso positivo e non negativo. È semplicemente qualcosa che succeed quando le persone ancora non ti conoscono: verrai sempre paragonato a qualcuno, e questo vale in ogni ambito della vita. Se sei, non so, un calciatore, ti paragonano a Messi o a Pelé. Ma non sei il nuovo Pelé. Sei semplicemente te stesso e farai il tuo percorso. E so anche che questo paragone svanirà man mano che scriverò altre cose, perché non cerco di imitare, ma di fare ciò che mi interessa.

E adesso? Sta già scrivendo qualcosa?

Voglio fare qualcosa di completamente diverso. Avevo cominciato qualcosa di nuovo già prima della pubblicazione de I Làzàr e questo mi ha permesso di non dover reagire al successo, ma semplicemente continuare a scrivere qualcosa che già mi interessava di più.

 

 

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