Santi di ‘ndrangheta

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AGI - Il repertorio della ‘ndrangheta è pieno di santi e simboli. Al primo posto c’è Gesù Cristo, figura (non l’unica) sulla quale nel giorno del “battesimo” l’iniziato alla mafia calabrese recita il giuramento di fedeltà (dalla Procura di Reggio Calabria, operazione “Crimine”).

È ammesso a prestarlo anche un minorenne, dai 14 anni in su.

La simbologia dei santi di ‘ndrangheta

Il corteo religioso va avanti. Secondo il pentito Antonio Zagari - autore del libro “Ammazzare stanca” da cui è stato tratto l’omonimo film uscito lo scorso anno – la sfilata continua con nomi di venerati e ruoli assegnati a ciascuno. Ci sono la Vergine Addolorata (custode dell’onore dei mafiosi), l’arcangelo Michele (santissimo e severissimo), i santi Cosma e Damiano (fratelli medici e maestri di coltello) e santa Annunziata (“nostra sorella d’omertà”), già presente nel rito di affiliazione a “cosa nostra” siciliana.
Nella criminalità calabrese il sacro detta legge.

Suggella la promessa dell’affiliato e, come il santino bruciato sul palmo della mano, rappresenta la brutta fine che farà il traditore. Riti e credenze. L’ha sintetizzato la Direzione distrettuale antimafia nella seconda relazione semestrale 2014: “La pietra miliare della ritualità è il simbolo”.

L'albero della Genesi

Stando alle carte della storica operazione “Crimine” del luglio 2010 (conclusa con condanne definitive in Cassazione), prima inchiesta a svelare la struttura dell’organizzazione, nella criminalità calabrese i gradi (o cariche) sono detti “dote o fiore”. Anche gli alberi fioriscono e pure la ‘ndrangheta ne ha uno. Ne parlano due pentiti menzionati nel provvedimento di fermo del 2010. Il primo (ripreso dalla sentenza della Corte di Assise di Varese del ’97) è di nuovo Zagari, morto nel 2004 in un incidente stradale a bordo della sua moto. Ha detto ai giudici: la ‘ndrangheta “è un grande albero ramificato sovrastante una tomba”. 

E il secondo ex killer a rilasciare dichiarazioni è Luciano Piccolo, anche lui virgolettato nelle stesse carte giudiziarie: “L’onorata Società nel linguaggio usato da noi – ha confermato - si identifica nell’’albero della scienza’, che rappresenta praticamente la Società”. Quasi l’albero della conoscenza della Genesi.

Il sacro nelle cariche

Sacro e mala. I riferimenti benedetti compaiono anche negli incarichi. Il primo grado della società maggiore della ’ndrangheta – sempre dagli atti della Procura di Reggio Calabria - è evidenziato dal “santista” (abbreviazione di “Mamma santissima”, dall’”Atlante delle mafie”), seguito dal “vangelo” delle Sacre Scritture.

Un altro collaboratore di giustizia, Giovanni Gullà (sempre dall’“Atlante”), chiarisce meglio il concetto: “La ‘santa’ rappresenta uno stadio occulto, in quanto il relativo grado è noto soltanto agli altri ‘santisti’”. Cioè, è “la ‘mafia underground’ – scrive nel 2018 la Commissione antimafia – Sono nati i crocevia delle relazioni impronunciabili, i sotterranei dei rapporti indicibili”.

Il sacro, insomma, è presente in tutti i passaggi fondamentali dell’ "onorata società”: come in basso così in alto. Secondo gli accertamenti investigativi, al vertice della ‘ndrangheta c’è il Crimine (o Provincia), una sorta di suprema corte dei mafiosi: conferisce incarichi, dirime contrasti e prende le decisioni più gravi e importanti. Al posto di comando siede il “capo crimine”, affiancato da altri tre delle alte sfere. Le cariche sono elettive e temporanee. 

I dieci comandamenti

Dove si riunisce la “cupola”? Ancora sacro e mala. Una volta all’anno, i primi di settembre, nell’area del Santuario di Polsi in occasione dei festeggiamenti dedicati alla Madonna, nel cuore dell’Aspromonte, comune di San Luca, area metropolitana di Reggio Calabria.  Addirittura, a tratti la liturgia criminale sembra rifarsi - a modo suo - a precetti presenti nella Bibbia e nel catechismo della Chiesa cattolica. Per esempio, i dieci comandamenti (li ha anche la mafia siciliana, affermazione del pentito Totuccio Contorno). 

Sono stati elencati (riprendendoli da documenti giudiziari) dai due saggisti Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, rispettivamente magistrato (coordinatore, tra le tante, dell’inchiesta “Crimine” e oggi procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli) e storico delle organizzazioni criminali. Il decalogo è riportato nel libro “Dire e non dire”.

Il primo insegnamento: «La ’ndrangheta è una e una sola”. Poi a seguire: “Chi tradisce brucerà come un santino, non si sgarra, né si scampana (rivelare segreti), chi lo fa viene punito, la famiglia è sacra e inviolabile, ‘cumandari è megghiu chi futtìri’ (comandare è meglio che fottere), a tavola tutto si divide e tutto si discute, senza soldi non si cantano messe, ‘cu campa campa, cu mori mori’ (chi campa vive, chi muore muore)”. 

Lo ‘spogliato’

In coda alla rassegna mafiosa un altro colpo di scena. “Nel gergo della ‘ndrangheta – ha detto il già nominato Zagari - l’affiliato espulso viene definito ‘spogliato’, cioè privato della ‘veste’ o ‘camicia’”. 

Gli stessi termini si leggono nel catechismo della Chiesa, nel capitolo primo sui “sacramenti dell’iniziazione cristiana”. Ovvero il Battesimo. Chi lo ha ricevuto – è scritto - indossa “la veste bianca, significa che il battezzato si è rivestito di Cristo”. Sacro e mala.

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