AGI - L’atlantismo per come lo abbiamo conosciuto dal 1945 a oggi è ormai un capitolo chiuso della storia. L’Europa sta soffocando sotto una montagna di carte, cavilli, regolamenti e direttive, mentre i grandi del mondo e i colossi internazionali si contendono la supremazia mondiale a suon di miliardi, intelligenza artificiale e un inaspettato ritorno alle radici della filosofia antica. È questo il quadro lucido, appassionato e provocatorio emerso ieri a due passi dalla Colonna Traiana e dai Fori imperiali nella Terrazza Civita a Piazza Venezia, in occasione della presentazione dell’ultimo libro di Mario Sechi, “Occidente o niente. Elogio dell’atlantismo”, edito da Piemme e promosso da Banca Mediolanum.
Dialogando con il vicedirettore dell'AGI, Alberto Di Majo, Sechi non concede spazio ai nostalgismi: l’ordine geopolitico ed economico edificato all’indomani della Seconda guerra mondiale appartiene al passato. Quell’architettura sorretta dagli accordi di Bretton Woods, dalla nascita della NATO, dai patti di sicurezza nel Pacifico e dai primi nuclei dell’integrazione europea pensati per scongiurare lo scontro tra Parigi e Berlino e per governare il disordine e disciplinare le rivalità internazionali, non esiste più. Se negli anni Settanta la diplomazia americana di Richard Nixon e Henry Kissinger cercò con successo di dividere Pechino da Mosca, oggi si assiste a una dinamica speculare e contraria, con un’intesa strategica tra Cina e Russia che punta direttamente al cuore dell’ordine liberale occidentale. In questo caos globale, l’atlantismo non si riduce a un calcolo di convenienza o a una formula di governo passeggera, ma rappresenta un’identità culturale profonda che unisce le sponde dell’Atlantico e affonda le sue radici nella trilogia ideale formata da Roma, Atene e Gerusalemme, prima ancora di approdare a Washington. Ma che oggi - avverte Sechi - rischia di scomparire.
Uno dei passaggi più sferzanti e al tempo stesso preoccupanti dell’incontro ha riguardato la profonda crisi dell’Europa, schiacciata tra il divario tecnologico e un’inarrestabile deriva burocratica. Dopo aver perso la prima rivoluzione digitale legata al World Wide Web e ai motori di ricerca, l’Europa si trova oggi ai margini della partita sull’intelligenza artificiale, la vera svolta cognitiva dell’epoca contemporanea. Mantenere il passo richiede investimenti miliardari che attualmente solo le grandi corporation americane e lo Stato cinese possono mettere in campo. Nel frattempo, il Vecchio Continente resta a guardare, mentre ha sostituito lo slancio innovativo con una produzione compulsiva di regolamenti che frenano l’iniziativa e soffocano le idee.
Ma alla base dei problemi c'è un fattore culturale. Per ritrovare una rotta prima che sia davvero troppo tardi, la tesi di Sechi indica, infatti, la necessità di riscoprire il pensiero originale dell’Europa e la lezione dei suoi padri fondatori, senza affidare le redini del continente e il destino della società a parametri finanziari e tecnocrazie, che hanno inaridito il dibattito pubblico. Figure come Robert Schuman, Jean Monnet, Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi e Winston Churchill non erano economisti, ma giuristi, diplomatici, umanisti e uomini di Stato cresciuti sui testi classici e animati da una chiara visione politica. Non è un caso che oggi siano proprio i leader americani e gli imprenditori della Silicon Valley a studiare la filosofia greca, lo stoicismo e i testi antichi per comprendere la complessità del presente e progettare il futuro.
Intessuto di memorie personali, taccuini di cronaca da Washington a Palazzo Chigi e perfino di una "tattica di combattimento" per disarmare le convenzioni dell'intellighenzia da salotto, il saggio di Sechi si chiude con un richiamo al realismo e alla speranza. La gravità della crisi geopolitica in atto deve spingere l'Europa a darsi una scossa, superare l’ossessione della burocrazia e riappropriarsi della propria identità per non rassegnarsi a un ruolo di secondo piano nel nuovo scenario globale.




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