Non solo potere e status, così i Vichinghi usavano gli oggetti per costruire la loro identità

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AGI - I Vichinghi conservavano, utilizzavano e trasformavano oggetti che potevano avere anche 500 anni e, alla fine dell'epoca vichinga, tornarono a costruire monumenti funerari ispirati a forme che non venivano utilizzate da secoli.

Comportamenti che potrebbero indicare che il rapporto con il passato non serviva soltanto a manifestare ricchezza e potere, come spesso interpretato dall'archeologia, ma poteva contribuire anche alla costruzione dell'identità, dell'appartenenza e della comunità.

I Vichinghi e il rapporto con gli oggetti

È la lettura proposta da Julie Lund, professoressa di archeologia all'University of Oslo e autrice del libro Time and temporality in the Viking Age, sulla base dello studio di sepolture, tesori e oggetti provenienti da differenti aree della Scandinavia.

Lund mette in discussione una delle interpretazioni tradizionali dei reperti dell'età vichinga: grandi tumuli funerari, armi elaborate e gioielli preziosi sono stati frequentemente letti soprattutto come indicatori della posizione sociale e del potere di chi li possedeva. "È troppo semplicistico dire che utilizzassero il passato soltanto per il potere o la manipolazione - premette Lund -. Vediamo usi molto differenti del passato in gruppi sociali diversi".

L'archeologa e i suoi colleghi hanno studiato ciò che le popolazioni vichinghe hanno lasciato in diverse zone della Scandinavia, concentrandosi tra l'altro sul grande sito funerario di Hunn, nell'stfold, e sul consistente tesoro di Hoen, nel Buskerud, entrambi in Norvegia. "Aprire tombe e trovare tesori dell'epoca vichinga ci permette di capire come queste persone si rapportassero al loro passato - spiega Lund -. Interpretare automaticamente chi possedeva il corredo funerario più ricco come la persona più potente rischia di semplificare drasticamente il quadro. In realtà non possiamo saperlo". 

Non solo una questione di stato sociale

Alcuni reperti mostrano comportamenti difficili da spiegare soltanto attraverso il valore economico degli oggetti. Secondo Lund, esiste un gruppo di donne associato alla conservazione di manufatti tramandati non per una o due generazioni, ma per periodi che potevano raggiungere i cinque secoli.

Uno degli esempi più significativi proviene dal tesoro di Hoen. Al suo interno è stato trovato un intaglio romano, una pietra preziosa con una figura incisa, risalente al IV secolo. Il manufatto aveva attraversato il mondo romano, era passato attraverso l'ambiente dei Carolingi franchi ed era infine arrivato nella Norvegia del X secolo. Nello stesso contesto è stata rinvenuta una fibula trilobata proveniente originariamente dalla Francia. L'oggetto non era nato come gioiello: era un elemento appartenente al fodero di una spada.

"Molto probabilmente si tratta di doni di alleanza, offerti a persone ai vertici della gerarchia sociale", spiega Lund. Una volta arrivato in Scandinavia, però, l'elemento del fodero venne modificato aggiungendo uno spillo e trasformato in un ornamento femminile. Gli oggetti, dunque, non venivano semplicemente conservati nella loro forma originale. Nel corso dei secoli potevano cambiare funzione e assumere nuovi significati. "Avrebbero potuto fonderli. Sarebbe stato facile. Ma questi erano gli oggetti che hanno scelto di conservare", osserva Lund. La loro importanza potrebbe quindi non essere dipesa esclusivamente dal valore del materiale.

Per spiegare il fenomeno, l'archeologa propone un paragone con il modo nel quale ancora oggi le famiglie attribuiscono significati differenti agli oggetti ereditati: durante la divisione di un patrimonio, dipinti antichi e costosi possono rimanere appesi alle pareti mentre gli eredi discutono per un piccolo oggetto domestico legato alle tradizioni familiari. 

L'esempio delle navi di pietra

"Siamo naturalmente molto consapevoli di alcuni dei modi in cui utilizziamo il passato, ma esiste anche una grande quantità di rapporti con il passato sui quali non riflettiamo", continua. Un altro indizio proviene dalle cosiddette navi di pietra, monumenti funerari nei quali grandi massi vengono disposti in modo da delineare la sagoma di un'imbarcazione. Questa forma era conosciuta nell'Età del Bronzo e nel periodo delle migrazioni.

Alla fine dell'epoca vichinga, dopo centinaia di anni, ricompare. "Cominciano nuovamente a costruirle. Ma sono sovradimensionate. Le hanno realizzate persino più grandi delle navi dei Vichinghi", ricorda Lund. In questo caso non si trattava quindi della conservazione materiale di un singolo oggetto antico, ma del recupero deliberato di una forma appartenente a un passato lontano: "Il passato viene nuovamente utilizzato concretamente, come nel caso dell'intaglio romano, ma anche come riferimento al passato".

Limitarsi a interpretare questi monumenti come dimostrazioni di potere, secondo Lund, lascia senza risposta una domanda fondamentale: perché quel riferimento a un'epoca lontana aveva senso per le persone che lo realizzavano? "La nave è pronta a salpare. Non possiamo chiedere loro perché, ma possiamo avere un'idea di come vedevano il mondo e di come vedevano sé stessi". Lund paragona questo meccanismo all'uso contemporaneo dell'immaginario vichingo per costruire appartenenza collettiva.

Durante i Mondiali di calcio, ricorda, i tifosi norvegesi hanno utilizzato nelle tribune una coreografia ispirata al movimento dei rematori vichinghi. "Il remare durante i Mondiali non riguardava il potere; riguardava identità, comprensione di sé e comunità. Gli effetti del richiamarsi al passato nell'epoca vichinga potrebbero assomigliare a quelli di oggi. Anche allora potrebbe essere servito a favorire coesione e inclusione", afferma l'archeologa: "Abbiamo imparato molto sull'età vichinga, ma tendiamo ancora a ricadere negli stessi modelli di organizzazione sociale". 

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