Ma dietro il Baffo c'era soprattutto un calciatore difficile da definire secondo le categorie di oggi. Mezzala, seconda punta, centravanti, più tardi anche uomo di costruzione. "Nel calcio attuale farei sicuramente la mezzapunta", raccontò anni dopo Mazzola, ricordando di aver giocato dietro il centravanti, prima con l'8 e poi con il 10. La Hall of Fame della FIGC lo descrive in poche parole: "Velocissimo, con un gran dribbling e lucido sottoporta", ma con il passare degli anni seppe anche arretrare il proprio raggio d'azione e partecipare maggiormente alla costruzione del gioco. Nel 1977, poco prima del ritiro, El País ne tracciò un profilo ancora più completo, sottolineandone la tecnica, la rapidità della falcata, la capacità di costruire il gioco e la potenza del tiro. Mazzola, insomma, non era soltanto uno capace di saltare l'uomo: poteva accompagnare l'azione, rifinirla e poi concluderla con freddezza.
C’è chi entra nella storia. E poi c’è chi diventa la storia stessa dell’Inter.
Da ragazzo nerazzurro a simbolo eterno, Sandro Mazzola ha attraversato generazioni, vincendo, emozionando e tramandando l’amore per questi colori.
Brillava in campo, brilla anche ora, la stella del… pic.twitter.com/3kg2V6M2aC
La giocata preferita di Mazzola
È una delle sue giocate preferite a raccontare bene quel tipo di calcio di cui Mazzola divenne protagonista assoluto. E fu lui stesso a descriverla ricordando una partita celebrativa disputata nel 1971 al Bernabéu insieme a Eusébio, il campione portoghese. Era un movimento che provava spesso anche con l'Inter: arretrava verso il centrocampo e poi, all'improvviso, "partiva sparato" verso la porta. Una sorta di elastico: venire incontro, attirare fuori l'avversario e poi attaccare lo spazio alle sue spalle. Era anche per questo che Mazzola si adattava perfettamente al calcio di Helenio Herrera.
La Grande Inter è rimasta nell'immaginario soprattutto per la solidità difensiva, ma una parte decisiva di quel sistema era ciò che accadeva appena veniva riconquistato il pallone. Luis Suárez e Mario Corso potevano verticalizzare rapidamente, mentre davanti la velocità di Jair e Mazzola trasformava in pochi passaggi una situazione difensiva in un'occasione da gol.
Vienna 1964, il duello con Di Stéfano
C'è poi un altro aneddoto che aiuta a raccontare Mazzola dentro e fuori dal campo, nei suoi modi misurati e spesso ironici, ma sempre lucido e chiaro nelle osservazioni. Vienna, 27 maggio 1964, finale di Coppa dei Campioni. Dall'altra parte c'era il Real Madrid di Alfredo Di Stéfano e Ferenc Puskás. Nel tunnel Mazzola si trovò davanti Di Stéfano, il calciatore che aveva idolatrato da ragazzo. "Per me era alto due metri", avrebbe raccontato alla Uefa molti anni più tardi. Rimase quasi immobile a guardarlo.
In un'altra intervista ricordò che fu Luis Suárez a riportarlo alla realtà: bisognava smettere di ammirare il campione argentino e andare a giocare la finale. Mazzola segnò due volte. L'Inter vinse 3-1 e conquistò la prima Coppa dei Campioni della propria storia. Il ragazzo che pochi minuti prima fissava Di Stéfano come un tifoso finì per oscurare il suo idolo.
Ma l'incontro più importante, per lui, arrivò dopo la partita. Mazzola aspettò Puskas fuori dallo spogliatoio del Real Madrid. L'ungherese aveva affrontato il padre, Valentino, e gli rivolse parole che la bandiera dell'Inter conservò per tutta la vita: "Posso dire che forse sei degno di lui", gli disse, secondo il racconto fatto da Mazzola a Repubblica nel 2024. Il peso di un confronto, quello con il padre, lo aveva accompagnato fin da bambino.
Herrera, l'esordio e la maglia dell'Inter
Con Herrera, invece, il rapporto era anche fatto di psicologia e ordini estremi. Parlando della finale del 1964, Mazzola raccontò una delle consegne più celebri del "Mago": Di Stéfano andava seguito ovunque. Quello era, del resto, il calcio della marcatura a uomo portata alle estreme conseguenze, ma davanti servivano giocatori capaci di trasformare quella disciplina in qualcosa di imprevedibile. Mazzola era uno di loro.
Anche la prima maglia nerazzurra gli rimase impressa. Ad AS raccontò che quella ricevuta da ragazzo era di lana e "pesava più di me". Ma non gli importava: era la maglia dell'Inter. Un ricordo apparentemente marginale, ma utile a capire quanto per Mazzola il legame con il club fosse inscindibile.
L'esordio, del resto, fu tutt'altro che trionfale. Il 10 giugno 1961 l'Inter mandò in campo una squadra di ragazzi contro la Juventus in una famosa contestata ripetizione di una partita. Finì 9-1. Omar Sívori segnò sei volte, ma l'unico gol nerazzurro portò la firma del diciottenne Mazzola. Decenni dopo avrebbe scelto proprio quella partita per spiegare come voleva essere ricordato: uno che se la gioca anche quando vincere sembra impossibile.
I trofei e il dualismo con Rivera
Negli anni successivi vinse quasi tutto. Quattro campionati, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali. Nel 1964 fu capocannoniere della Coppa dei Campioni con sette reti, nel 1965 della Serie A con 17. Nel 1971 arrivò secondo nel Pallone d'Oro dietro Johan Cruyff.
La sua carriera fu segnata anche da uno dei grandi dibattiti della storia della Nazionale: Mazzola o Rivera. Al Mondiale del 1970 Ferruccio Valcareggi scelse la "staffetta", alternando i due campioni invece di schierarli insieme. Rivera aveva nella visione di gioco e nel lancio due delle sue qualità principali. Mazzola giocava più avanti, aveva maggiore velocità negli inserimenti e una spiccata capacità realizzativa. Quella soluzione fu una delle scelte tattiche che divisero maggiormente l'Italia che seguiva gli azzurri a Messico '70 e che ancora oggi è oggetto di metafore e dibattiti.
Il calcio secondo Mazzola
Forse, però, il modo migliore per capire Mazzola è ascoltare ciò che diceva del calcio molti anni dopo aver smesso, quando anche chi era nato dopo il 1977 ebbe la fortuna di poterlo ascoltare. Mazzola continuò a difendere il dribbling, l'iniziativa individuale, il rapporto quasi fisico tra un bambino e il pallone, la necessità di riscoprire la gioia di scendere in strada, con le porte improvvisate e la voglia di passare del tempo tra amici. Diffidava di un calcio nel quale ai ragazzi venisse insegnato troppo presto cosa non fare. E quando nel 2025 la FIGC gli chiese cosa fosse ancora capace di emozionarlo, a 83 anni, la risposta fu elementare: "Il pallone". Il Baffo oggi non c'è più, ma restano le sue giocate, i suoi racconti e quel modo tutto suo di intendere il calcio.


![È la Giornata della pasta. All'Italia il record per produzione e consumo [VIDEO]](https://images.agi.it/pictures/agi/agi/2023/10/25/054941390-85f6c5b8-c12f-4c1f-9e22-0ff77922598e.jpg)




·
·
·
·
·
·
·