Le ultime due sono diventati libri di successo dello stesso editore. Il primo, “Molise criminale” e l’altro, “Mostri”, sui femminicidi. Entrambi con un codazzo di premi: “Città di Siena”, “Piersanti Mattarella”, “Vitruvio”, “Books for peace”, “Uniti per la pace”, “Città di Cattolica” “Nero su bianco” e altri ancora.
L'Italia e le morti bianche
A sfogliare il testo – e a parafrasare il primo articolo della Costituzione tricolore – sembra che l’Italia sia una Repubblica democratica fondata sugli incidenti sul lavoro. Dal 1° gennaio 1948, data di entrata in vigore della Carta (ma anche prima), le “morti bianche” non si sono mai fermate e, in proporzione, sono state sempre troppe.
Le grandi tragedie del lavoro
Il volume è una carrellata di (alcune) sciagure, dal 1872 al 2023, con particolari nuovi: dagli operai rimasti intrappolati nel tunnel ferroviario di San Gottardo (Svizzera, fine del XIX secolo), ai 250 minatori - 136 italiani - travolti nei giacimenti di carbone di Marcinelle (Belgio, 8 agosto 1956), all’incendio nello stabilimento torinese dell’acciaieria Thyssenkrupp (5 dicembre 2007).
Storie di vittime e sfruttamento
Ma ce ne sono altre di storie da brividi che messe assieme riempiono le pagine del libro, “alcune ancora al vaglio dei giudici” precisa l’autore. C’è la bracciante morta per la fatica da sfruttamento nelle campagne di Andria, in Puglia, caso che poi darà impulso alla legge contro il caporalato; la marinaia di Venezia vittima di una sciagura durante il suo primo giorno di lavoro; il diciottenne che invece ha perso la vita nell’ultimo di tirocinio in un complesso metalmeccanico della provincia udinese.
La morale lugubre è che si tratta di persone che erano uscite di casa per andare a fare il proprio dovere e sono tornate in una bara. Anzi, qualcuno neanche l’ha avuta perché non si sono trovati i resti del corpo.
Morti sul lavoro: ieri e oggi
“Nel periodo del boom economico, poco dopo la tragedia di Marcinelle – si riflette nella prefazione - in Italia morivano sul lavoro oltre quattromila persone all’anno. Oggi, non si riesce ancora a scendere sotto le mille”.
Il punto di vista di Cesare Damiano
A dirlo è un personaggio che l’argomento “lavoro tragico” lo conosce bene. Si tratta di Cesare Damiano, di Cuneo (Piemonte), classe 1948, alle spalle una carriera cominciata da impiegato negli anni Settanta e arrivata a vederlo (tra i vari ruoli) segretario generale della Cgil, deputato del Pd, ministro del Lavoro e (2013-2018) e, infine, presidente della Commissione Lavoro alla Camera dei deputati.
Dati storici e il primato degli infortuni
L’assurdità del massacro di lavoratori resta la stessa. L’Istat (Istituto nazionale di statistica) è del 1926. L’Inail (Istituto nazionale assicurazione contro gli infortuni sul lavoro), fondato nel 1933, si è scrollato di dosso le origini fasciste nel 1965. Per cui in quegli anni è stato difficile avere studi approfonditi sul fenomeno. Appaiono però nel maggio 1972 sulla rivista “Aggiornamenti sociali” a cura di Giuseppe Brunetta: “Il nostro Paese – scrive - si sta avviando a conquistare il triste primato degli infortuni sul lavoro. Nel ventennio 1951-1970 si sono avuti oltre 97.500 morti e circa un milione e mezzo di invalidi permanenti”.
I dati Inail più recenti
Sembrano parole di oggi. E dopo 54 anni, nel febbraio scorso l’Inail ha sfornato i nuovi dati: “Le denunce di infortunio in occasione di lavoro con esito mortale presentate entro dicembre 2025 – calcola - al netto degli studenti e pur nella provvisorietà dei dati, sono state 792. Cinque casi in meno rispetto alle 797 del 2024, due in più rispetto al 2023”. Poi si precisa: “Si tratta ancora di denunce, non di incidenti riconosciuti”. E si fa l’esempio: “Nel 2023 i decessi denunciati all’Inail sono stati complessivamente 1.187, ma solo 612 – pari al 57% – sono stati riconosciuti e quindi indennizzati”.
La verità processuale e le tragedie attuali
Ma la verità processuale non sempre coincide con quella reale. Sul lavoro si continua a morire. Solo a marzo undici tragedie a Padova, Bari, Trieste, Carrara, Taranto, Roma e Milano.
“Ogni corpo che cade al lavoro – conclude Mancinone - è una ferita inferta alla Costituzione. Dietro ogni nome c’è una storia, un sogno interrotto, un diritto tradito”.





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