AGI - Se a Roma l’immaginario Morbo di K mise al riparo diversi ebrei dalla deportazione dei tedeschi intimoriti dal contagio, nella piccola Furci in provincia di Chieti una finta tisi salvò un tenente italiano dalla fucilazione. Mentre il primario del Fatebenefratelli Giovanni Borromeo si inventò una malattia che non esisteva per impedire le retate naziste, il medico condotto Ettore Ciancaglini diagnosticò una patologia deterrente e i soldati della Wehrmacht non osarono mai aprire la porta che divideva la loro stanza da quella dell’ufficiale del Regio Esercito che loro stessi aveva ferito in combattimento e al quale davano la caccia.
Dopo l’8 settembre 1943 la decisione di costituire la Legione azzurra
La storia comincia l’8 settembre 1943, il giorno della resa incondizionata e del caos. Il tenente Arduino “Dino” Gobbato, originario del Veneto, comanda in Abruzzo il 267° Nucleo antiparacadutisti di stanza nel centro di Furci, un paese che col circondario conta un paio di migliaia di abitanti. Ha 32 anni. Il proclama del Maresciallo Pietro Badoglio all’Eiar diffuso in serata lo coglie di sorpresa, ma non lo smuove dalla sua coerenza di uomo e di soldato. Raduna i suoi 25 uomini a rapporto nella piccola caserma del paese, per informarli della piega presa dagli avvenimenti. Quando cerca di contattare telefonicamente il comando a Pescara, però, nessuno risponde. Non ci sono ordini. Nella notte undici militari si dileguano.
Il tenente l’indomani tiene un discorso molto semplice ai restanti: lui ha deciso di unirsi a Roccaspinalveti ad altri ufficiali e sottufficiali del Regio Esercito che hanno deciso di non arrendersi ai tedeschi. Lascia liberi i suoi di seguirlo o di tornare a casa, ma dichiarandolo apertamente perché non voleva doverli considerare disertori. Con lui rimane il solo sergente Spallacci, mentre gli altri tenteranno di raggiungere le proprie famiglie. Dopo una marcia nelle campagne i due si uniscono al maggiore Antonino Valenti, il più alto in grado, ai capitani Umberto Rivolta ed Emilio Ainis, ai tenenti Guido Panizza e Mario Sebastiani e al sergente Giovanni Pirola, per un totale di una ventina di uomini che decisero di costituire quella che chiamarono Legione azzurra.
Il battesimo del fuoco a Roccaspinalveti e la salvezza con l’immaginetta di S. Rita
Informati da un paesano di Roccaspinalveti che un delatore aveva informato i tedeschi dell’esistenza della banda e che l’indomani sarebbero intervenuti in forze, gli italiani sotto il comando di Valenti decisero di aspettarli in una zona idonea a un agguato. L’imboscata riuscì perfettamente, e il I ottobre i tedeschi rimasero inchiodati per ore dal fuoco della Legione azzurra. Ma intanto una staffetta era andata a chiedere rinforzi nella vicina Carunchio da cui subito partì un camion con un plotone. I soldati cercarono di prendere alle spalle la squadra del tenente Gobbato e del sergente Pirola, aprendo subito un furibondo fuoco di fucileria e di armi automatiche.
Per evitare l’accerchiamento gli italiani tentarono lo sganciamento ma nello scontro Gobbato venne colpito da una pallottola che lo raggiunse al braccio sinistro trapassando il polmone e uscendo dalla schiena. Disse allora a Pirola di mettersi in salvo poiché lui avrebbe cercato di sottrarsi alla caccia dei tedeschi. Perdeva abbondantemente sangue. Scorto riverso a terra dai nemici lanciati all’inseguimento degli italiani, venne dato per morto e passarono oltre. Il tenente riuscirà dolorosamente a trascinarsi fino a una fitta macchia di ginestre. La zona sarà battuta dal fuoco a casaccio contro anfratti e cespugli, ma miracolosamente lui non sarà colpito nonostante le pallottole che fischiavano vicino alla sua testa. In seguito attribuirà la sua salvezza all’aver tenuto in pugno un’immaginetta di Santa Rita, la Santa degli impossibili, cui era devoto.
Il ricovero in una masseria e la rete di assistenza dei medici condotti
Quando finalmente i tedeschi andarono via, con le residue energie si alzò in piedi per cercare in ricovero sicuro. Venne visto da tre contadini che accorsero in suo aiuto e a spalla lo portarono nella masseria di Zia Liberata, com’era chiamata da tutti, la quale si prese cura di Gobbato dicendogli che aveva un figlio in guerra di cui non aveva notizie e sperava che un’altra madre potesse fare lo stesso con lui. Fu subito chiamato il medico condotto di Roccaspinalveti, Abele Lalli, che gli fermò l’emorragia e lo bendò. Ma dovette passare la notte seduto su una sedia, perché non poteva sdraiarsi. Nel pomeriggio a dorso di mulo la masseria venne raggiunta dal medico di San Buono, Giuseppe Amicarelli, che era stato allertato da Lalli e pure dal collega di Palmoli affinché portasse medicinali e bende pulite.
Il dottore scrisse poi un bigliettino per il collega di Furci, Ettore Ciancaglini, per rassicurarlo sulle condizioni del tenente Gobbato, che era fidanzato con Maria, sua figlia. L’ufficiale rimase per due settimane nella masseria, scampando anche all’inatteso arrivo di alcuni soldati tedeschi in cerca di viveri. Zia Liberata aveva giustificato la presenza di quel giovane a letto che tossiva e sputava sangue dicendo che era malato di tisi e quindi i tedeschi si guardarono bene dall’avvicinarsi. Ma doveva in qualche modo essere portato a Furci per essere seguito da un medico. Attraverso i sentieri meno battuti, con due persone che lo sorreggevano e due in avanscoperta per evitare le pattuglie delle Wehrmacht, ci vollero due giorni per percorrere i venti chilometri di distanza con il paese e trovare ricovero nella masseria del dottor Ciancaglini, appena fuori dal centro abitato.
Il dottor Ciancaglini: "Il malato è contagioso. Meglio non entrare"
Approfittando del cambio quindicinale di guarnigione, il medico portò a casa sua il tenente Gobbato, nello stesso edificio in cui alloggiavano alcuni ufficiali tedeschi: quello poteva paradossalmente essere il luogo più sicuro. La stanza dove venne ricoverato era divisa da quella occupata dai tedeschi da un bagno al quale si accedeva da due porte opposte. Ciancaglini disse ai militari che il malato era affetto da tisi ed era contagioso. Il bando del Feldmaresciallo Albert Kesselring che minacciava le più spietate rappresaglie a chiunque desse asilo ai “banditi” e un premio in danaro a chi ne permetteva la cattura era affisso proprio all’ingresso della casa del medico condotto. A Furci tutti sapevano ma nessuno parlò. I tedeschi per dieci giorni non aprirono mai la porta della stanza dov’era il tenente Gobbato e non sospettarono nulla. Poi, il 2 novembre, Furci venne bombardata dagli Alleati e ci furono le prime vittime civili di quella guerra. Il fronte si stava avvicinando e di lì a fine mese sarebbe scoppiata la battaglia del Sangro. I tedeschi si ritirano due giorni dopo. Il tenente era salvo.
La carriera da giornalista e il desiderio di riposare nella sua “seconda patria”
Dino Gobbato nel 1945 sposerà Maria Ciancaglini, che gli darà tre figli, e si trasferirà a Milano dove intraprende la carriera di giornalista per “Il Popolo Lombardo'”, “Il Sole”, “Il Mattino d’Italia” e soprattutto come apprezzato professionista de “Il giorno”. Nel 1944 aveva fissato i suoi ricordi di guerra in Abruzzo nel libro “Avventura a Rocca”. Dieci anni prima di morire disse al figlio Ettore che avrebbe voluto essere sepolto a Furci, «dove l’amore di tanti abruzzesi mi ha salvato la vita». Considerava quel piccolo paese come la sua seconda patria. Se n’è andato il 10 ottobre 2005, a 94 anni, e riposa nella terra dove combatté per la libertà.







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