La Città dei Papi come laboratorio per il futuro

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AGI - Esaminare un caso concreto per affrontare un tema più ampio: come una città possa trasformare patrimonio, identità e memoria in un progetto di futuro.

Questo lo spirito di ‘Pensare la città. Viterbo immaginaria, leggere il futuro’ del giornalista e saggista, già direttore artistico del festival Caffeina e presidente del Consiglio comunale di Viterbo, Filippo Rossi, appena arrivato nelle librerie per Rubbettino. Non un saggio urbanistico in senso stretto, né un programma amministrativo, ma una riflessione politico civile sul modo di pensare e governare una città con al centro una tesi: il problema di diversi centri urbani del nostro Paese non sarebbe la mancanza di risorse, ma l'assenza di una visione capace di collegarle. Viterbo dispone di un patrimonio urbanistico, artistico e storico di rilievo, della memoria dei Papi, delle mura, delle terme e della Macchina di Santa Rosa. Secondo Rossi, però, questi elementi vengono spesso considerati separatamente, senza riuscire a comporre un'idea complessiva di città.  

Dieci capitoli  

Il libro è articolato in dieci capitoli - tra cui Riempire i vuoti, L'eterna incompiuta, Oltre il narcisismo, La macchina dell'immaginazione, L'ordine delle cose, Oltre il presente e Le mappe del desiderio – attraversati dal tema del vuoto: edifici inutilizzati, spazi da recuperare e progetti rimasti incompiuti non rappresentano soltanto problemi urbanistici, a parere dell’autore, ma anche il rischio che una comunità finisca per abituarsi all'assenza di una prospettiva. Tra i luoghi richiamati figurano l'ex Ospedale Grande degli Infermi, il cinema Genio, il Bullicame, Villa Lante, San Martino al Cimino e il patrimonio museale. L'obiettivo indicato da Rossi non è soltanto recuperarli, ma attribuire loro nuove funzioni e inserirli in una strategia di rigenerazione.  

La Macchina di Santa Rosa  

Ampio spazio è dedicato alla Macchina di Santa Rosa, che Rossi assume come esempio della capacità della città di mobilitare, in un'unica occasione, competenze, organizzazione, volontariato, tecnologia, disciplina e partecipazione popolare. Da qui la domanda: perché questa capacità di costruire un grande progetto collettivo dovrebbe prendere forma soltanto per una sera all'anno, quella della processione del 3 settembre, e non diventare un metodo permanente? Nel libro emerge una critica alla frammentazione delle politiche culturali. Rossi propone una maggiore capacità di scelta e una regia pubblica in grado di individuare priorità, concentrando risorse ed energie su progetti destinati a produrre effetti duraturi invece di distribuirle su una molteplicità di iniziative scollegate.

Nella prospettiva dell'autore, il turismo dovrebbe essere una conseguenza di una città resa innanzitutto più viva e desiderabile per i suoi abitanti. Il filo conduttore è quindi il passaggio dalla conservazione alla progettazione. Viterbo diventa il caso attraverso cui Rossi interroga una condizione comune a molte città italiane, spesso alle prese con la difficoltà di trasformare il loro patrimonio storico e identitario in una direzione per il futuro. Il libro convince soprattutto quando allarga il discorso dalla gestione di questo patrimonio alla necessità di una visione politica della città. Più sfumata appare invece la parte delle soluzioni concrete: le indicazioni operative restano in secondo piano rispetto alla riflessione sulla necessità di scegliere una direzione. Una scelta coerente con la natura del saggio, che lascia aperta la domanda su come trasformare quella visione in decisioni, risorse e tempi concreti. 

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