AGI - È un’Europa stremata che deve unire le sue forze per impedire che con la caduta di Vienna si spalanchino le porte della Germania all’islam. Il XVII secolo volge all’epilogo e la cristianità è in allarme per l’espansione dell’impero ottomano. La Francia del Re Sole, sovrano cattolico, per calcolo politico ritiene più conveniente il dissanguamento delle velleità egemoniche degli Asburgo, di cui è aperto rivale, e resta alla finestra di fronte alla mezzaluna dell’Islam che penetra nel cuore del vecchio continente. Nel settembre del 1683 la situazione è però diventata drammatica, Vienna è sotto un durissimo assedio, i difensori sono di molto inferiori di numero rispetto alle truppe turche del sultano Maometto IV. L’imperatore Leopoldo I d’Asburgo ha riparato nella città bavarese di Passavia e ha chiesto l’aiuto del re della Confederazione polacco-lituana Giovanni III Sobieski. È l’unico sovrano che ha ancora un esercito forte, il cui nerbo è costituito dalla leggendaria cavalleria pesante degli ussari alati, è un comandante di riconosciuta esperienza, e su di lui sono riposte le speranze della cristianità per battere il Gran visir Kara Mustafa e salvare Vienna circondata dal 14 luglio da almeno 150.000 soldati.
Il Sacro romano impero è in pericolo e la via della Germania è spalancata
Un assedio duro, non solo dal punto di vista militare con le continue brecce aperte dagli attaccanti con ampio ricorso alle mine sotterranee, ma pure per l’imperversare della fame e delle malattie che mietono vittime anche tra i difensori coordinati dal conte Ernst Rüdiger von Starhemberg, meno di un decimo degli ottomani, due terzi dei quali truppe regolari imperiali e il resto milizie cittadine. Gli ottomani erano arrivati sotto le mura viennesi già il 27 settembre 1529, sotto la guida di Solimano il Magnifico, ma una serie di concause tra le quali ebbe un peso rilevante il maltempo, oltre alla strenua difesa degli austriaci, fece togliere l’assedio il 14 ottobre. Ma la partita con gli Asburgo era rimasta aperta. Adesso la crisi appariva ancora più grave, Vienna era allo stremo. Lo stesso Sacro romano impero è in pericolo, perché non saprebbe più come sbarrare il passo verso la Germania.
Cinquemila cavalieri pesantemente armati con lance lunghe sei metri
Il re di Polonia mette in campo il suo esercito di 30.000 soldati, tra cui 5.000 ussari alati in cui milita il fior fiore della nobiltà polacco-lituana. Questa particolare cavalleria pesante nell’arco di un secolo non ha mai conosciuto l’onta della sconfitta, perché le sue cariche sono travolgenti e irresistibili: le lance lunghe da 4,5 a oltre 6 metri (kopia) superano il muro dei picchieri e l’urto di quella massa di ferro e carne non è affrontabile dalla fanteria e neppure dalla cavalleria. Per di più c’è un elemento psicologico che contribuisce a far rompere le fila e le formazioni: le due corone di penne su una duplice struttura arcuata di legno che gli ussari portavano sulla schiena, oltre alla funzione di sorreggere il cavaliere e di farlo apparire più grande e grosso di quanto già non fosse, durante la carica a ranghi compatti che partiva immediatamente dopo la scarica degli archibugieri emetteva un fruscio talmente forte da far scatenare il panico. Sobieski giunge in vista di Vienna il 6 settembre e su esplicita sollecitazione del frate cappuccino Marco d’Aviano, emissario del pontefice Innocenzo XI, viene nominato comandante in capo dell’esercito formato da austriaci, tedeschi (franconi, svevi, bavaresi, sassoni) e italiani (toscani, veneziani e mantovani). La vera battaglia, risolutiva di quella guerra, è combattuta tra i polacco-lituani e le truppe ottomane distolte dall’assedio entrato ormai nella fase finale dell’ultimo e risolutivo assalto, ma quelle meglio addestrate a uno scontro campale.
L’impresa dei cannoni portati sulla cima del Kahlenberg per preparare la battaglia
Una serie di scaramucce, l’11 settembre, anticipa la grande battaglia del giorno seguente a Kahlenberg. Nella notte il duca Carlo di Lorena aveva ordinato al comandante dell'artiglieria imperiale, conte James Leslie, di presidiare con i cannoni le creste del monte Kahlenberg. I polacchi del conte Marcin Katski riuscirono nell’impresa impossibile di trasportare 28 cannoni attraverso i boschi e i sentieri ripidissimi fino alla cima, per battere sulle truppe ottomane.
Alle 5 del mattino Kara Mustafa si accorge dell’inatteso pericolo che arriva dall’artiglieria e ordina di conquistare i pezzi oppure di sottrarsi al tiro polacco, che comunque copre l’avanzata di imperiali e sassoni e prepara il terreno alla carica della cavalleria alata. Nel campo di Sobieski viene celebrata una solenne messa, poi il re monta a cavallo e si mette alla testa degli ussari. Nel pomeriggio è davanti a tutti per guidare la travolgente carica che sbaraglia gli ottomani e li mette in rotta, proprio quando Kara Mustafa sta giocandosi la carta della disperazione di entrare a Vienna, sfondando le ultime esili linee di difesa, per rovesciare l’esito dello scontro.
L’espansione dell’Islam viene definitivamente bloccata
La vittoria segna la fine del progetto di espansione dell’Islam nel centro dell’Europa. Sobieski non aveva nessun vantaggio a impegnarsi in quella guerra, perché nessun vantaggio ne sarebbe derivato alla Polonia, ma da fine politico aveva compreso che se la Germania dissanguata dalla guerra dei Trent’anni (1618-1648) fosse caduta nelle mani del sultano, com’era facilmente prevedibile, la stessa Europa sarebbe divenuta indifendibile. Sperava poi di ottenere l’appoggio della nobiltà e dell’imperatore per trasformare la monarchia polacca da elettiva a dinastica. Quel giorno sul Monte Calvo (questa la traduzione della montagna viennese) la storia registrava una svolta. Sulla cima veniva costruita una chiesa in segno di ringraziamento e in seguito con il bronzo dei cannoni turchi sarebbe stata fusa una grande campana per il duomo di Vienna. La leggenda vuole che per celebrare la vittoria cristiana in questa occasione venne inventato il cornetto, il dolce dalla tipica forma a mezzaluna che non sarebbe affatto casuale. Quanto alla riconoscenza dell’Europa alla Polonia per averla salvata dall’islamizzazione, sarebbe durata assai poco. Nel secolo successivo Austria, Prussia e Russia se la sarebbero infatti spartita in tre fasi cancellandola dalle carte geografiche.


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