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"Il provino per Fonzie in 'Happy Days' che non volevo fare" - Fast.it

"Il provino per Fonzie in 'Happy Days' che non volevo fare"

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AGI - Nel momento storico di maggior successo e dominio delle piattaforme (decine) e delle serie tv (migliaia), un piccolo attore decide di pubblicare un memoir e come d’incanto si torna indietro di 50 anni, quando i canali tv erano pochi (in Italia erano solo due) e le serie tv si chiamavano telefilm. L’autore del libro è Henry Winkler, che negli anni ’70 raggiunse un successo planetario interpretando il personaggio di Arthur Fonzarelli, ‘Fonzie’ in ‘Happy Days’ di Garry Marshall.

Il volume, ‘Essere Henry. Il Fonzie e oltre…’ (Ed. Il Castello - Pagg. 287 - prezzo 24 euro), non è una semplice autobiografia o un libro di ricordi (e ce ne sono molti), ma è una parabola che sembra uscita da un romanzo di formazione: un’infanzia segnata da incomprensioni, la scoperta tardiva della dislessia, gli inizi pieni di ostacoli e, infine, l’esplosione inattesa di un successo planetario con Fonzie. Il punto di partenza non è la celebrità, ma la fatica: quella di un ragazzo considerato pigro o incapace, che per anni non riesce a spiegarsi perché leggere e studiare gli costino così tanto. Solo molto più avanti arriva la diagnosi che cambia la prospettiva su tutta la sua vita.

Le origini e l'infanzia difficile

La storia di Henry Winkler comincia molto prima di ‘Happy Days’, in una famiglia ebraica segnata dalla memoria della fuga dalla Germania nazista e da un clima domestico severo. Da bambino, Henry non si sente mai davvero all’altezza: a scuola è in difficoltà, prende voti bassi, viene rimproverato e spesso frainteso. Non c’è ancora una definizione per quello che gli accade, ma c’è già il peso di una sensazione costante di inadeguatezza.

La dislessia: una diagnosi che cambia tutto

La dislessia, scoperta solo in età adulta, dà finalmente un nome a quel disagio. Riletta alla luce di quella diagnosi, la sua infanzia appare diversa: non la storia di un ragazzo svogliato, ma quella di qualcuno che combatte ogni giorno contro un ostacolo invisibile. È uno dei passaggi più forti di questo memoir, perché trasforma la fragilità in chiave di lettura dell’intera esistenza.

La nascita di Fonzie: il provino del 1973

Il libro si apre sull’ottobre 1973, quando Henry Winkler, quasi 28enne, entra tremante negli studi Paramount per un provino: quel momento anticipa la nascita di Fonzie, il personaggio che lo renderà famoso in tutto il mondo. Un provino in cui, scrive l’autore, in qualche modo il personaggio di Fonzie (“un tipo burbero, di poche parole, ruvido, sicuro di sé. Praticamente l’esatto opposto di com’ero io”) si ‘impossessa’ dell’attore: “Iniziai a leggere la mia battuta – racconta, parlando del provino - e successe qualcosa di molto strano. Dalla mia bocca uscì una voce totalmente sconosciuta. Una voce che non avevo mai sentito o usato in precedenza, più profonda e grave rispetto a quella solita: sicura, autorevole, ruvida nelle sfumature”.

Dalla riluttanza al successo: il ruolo dell'agente

Henry Winkler fu scelto per interpretare Fonzie, un ruolo che gli avrebbe cambiato la vita per sempre. Una parte che, però, avrebbe potuto non essere mai sua. Infatti quando la sua agente, Joan Scott, gli parlò dell’audizione la risposta di Henry fu: “Non sono sicuro di voler partecipare a una serie”. L’attore spiega questa sua riluttanza dando la colpa alla Yale School of Drama da cui veniva. “I veri attori, pensavo, non si abbassano a queste cose”. La decisione di accettare di fare il provino venne dopo un’autentica sfuriata dell’agente: “Henry, lascia che ti dica una cosa, mio caro – scrive Winkler citando le parole della Scott – sei a Los Angeles da meno di una settimana. Hai già ottenuto un lavoro importante e ti stanno chiedendo di fare un provino per un altro. Alcuni giovani attori ucciderebbero per avere la fortuna che stai avendo tu”.

L'infanzia a New York

Il libro, dopo l’incipit del provino, torna indietro e ricostruisce l’infanzia di Henry a New York, in una famiglia ebraica segnata dalla fuga dei genitori Harry e Ilse Winkler dalla Germania nazista e da un clima domestico severo, con un padre autoritario e una madre spesso triste. Henry fatica enormemente a leggere, prende voti bassi e viene umiliato dagli adulti che interpretano le sue difficoltà come svogliatezza o incapacità. Solo molto più avanti scoprirà di avere una grave dislessia, che spiega retrospettivamente molti dei suoi insuccessi e delle sue insicurezze.

Yale School of Drama

Nonostante tutto, Winkler riesce ad arrivare alla Yale School of Drama, dove affronta un percorso tutt’altro che semplice. Il libro racconta prove difficili, insegnanti esigenti e la costante paura di non essere all’altezza, ma anche la sua ostinazione nel continuare a provarci. La parte dedicata alla formazione mostra un giovane attore che cerca il proprio posto nel mondo mentre si convince, poco a poco, di poter trasformare i limiti in resistenza.

La gabbia del successo e la rinascita

La svolta arriva nel 1973 con ‘Happy Days’ e con il personaggio di Fonzie, che gli dà fama planetaria. Il libro però non si ferma al mito televisivo: racconta anche come quel successo abbia creato una gabbia, rendendo più difficile per Winkler essere visto come un attore completo e non solo come un’icona pop. In questo senso il libro è anche la storia di come si sopravvive a un ruolo che ti rende celebre ma rischia di definire tutta la tua identità.

Anni difficili e il successo di 'Barry'

Dopo l’apice della notorietà arrivano anni più duri, segnati da provini, rifiuti e periodi di inattività. Il libro descrive questi passaggi come una lunga prova di tenacia, in cui Winkler deve reinventarsi senza perdere fiducia e gentilezza. La rinascita finale passa anche dal successo più recente con ‘Barry’, che gli porta un nuovo riconoscimento professionale dopo decenni di carriera. Nella serie HBO, programmata da 2018 al 2023, interpreta il personaggio di Gene Cousineau, un insegnante eccentrico di recitazione con cui ha vinto l’Emmy Award per Miglior attore non protagonista in una serie comedy.

Lo sguardo intimo della moglie Stacey

Un elemento interessante è la presenza di capitoli scritti anche dalla moglie Stacey, scelta che aggiunge uno sguardo esterno e affettuoso alla vicenda. Questo fa emergere non solo il personaggio pubblico, ma anche la dimensione privata: il rapporto di coppia, la famiglia e la continuità di una vita vissuta tra fama e vulnerabilità. Proprio per questo il libro viene descritto come un memoir caldo, ironico e umano, più intimo di una semplice autobiografia di celebrità.

Ron Howard, Adam Sandler e Sylvester Stallone

Tra i tanti nomi di attori che Winkler cita nel libro, spiccano tre. Il primo è Ron Howard, il Richie Cunningham di ‘Happy Days’ a cui Fonzie strappò il ruolo di protagonista a furor di popolo. Con Howard, di dieci anni più giovane, il rapporto è profondo e lungo, nato sul set del telefilm e trasformandosi poi in un’amicizia capace di resistere al tempo, alle separazioni e persino ai colpi di teatro delle carriere parallele.

C’è poi Adam Sandler. Con lui il legame ha un tono più scherzoso e familiare: nasce dalla “Chanukah Song” (canzone cantata al ‘Saturday Night Live’ nel 1994 in cui inserisce Fonzie tra le figure ebraiche folkloristiche) e si rafforza sui set di ‘Waterboy’(1998), ‘Click’ (2006), ‘You Don’t Mess with the Zohan’ (2008), ‘Little Nicky’ (2000) e ‘Sandy Wexler’ (2017), al punto che Winkler parla di lui come di un figlio o un fratello minore, più che di un semplice collega.

In mezzo a questi due poli, c’è il legame con Sylvester Stallone, che rimanda a un’epoca più antica e decisiva: da amici fin dai tempi di ‘The Lords of Flatbush’, Winkler ha giocato un ruolo quasi da anello di congiunzione quando ha aiutato Stallone a far circolare la sceneggiatura di ‘Rocky’, rinunciando a un vantaggio personale pur di non snaturare il progetto dell’amico.

 

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