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Il diavolo veste Prada 2, alla prima mondiale di New York il rosso del potere sul red carpet - Fast.it

Il diavolo veste Prada 2, alla prima mondiale di New York il rosso del potere sul red carpet

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AGI - C’è stato un tempo in cui il potere si misurava in sfumature di azzurro polveroso, ma nel 2026 la diplomazia stilistica è ufficialmente morta. A New York, per la premiere mondiale de Il Diavolo veste Prada 2, il red carpet non ha solo ospitato delle celebrità: ha celebrato un’incoronazione collettiva sotto il segno del rosso carminio. Se pensavate che Andy Sachs fosse ancora lì a rincorrere taxi con i capelli arruffati, o che Miranda avesse ammorbidito il suo leggendario sguardo di ghiaccio, i look visti sulla Quinta Strada vi costringeranno a ricredervi. Con estremo pregiudizio.

Istituzione

Meryl Streep ha fatto il suo ingresso non come un’attrice, ma come un’istituzione. Avvolta in una cappa rosso fuoco firmata Givenchy, ha trasformato il tappeto rosso in una processione regale. Le spalle sono imponenti, il movimento del tessuto è un monito silenzioso: Miranda Priestly non è andata in pensione, ha solo cambiato armatura. È un’immagine di potere assoluto che aggiorna il mito della direttrice più temuta del settore, dimostrando che, anche in un’editoria stravolta dal digitale, il carisma non ha bisogno di algoritmi, ma di un taglio sartoriale impeccabile.

La sfida

A sfidare visivamente questa egemonia ci ha pensato Anne Hathaway, la cui evoluzione stilistica è ormai il caso studio più affascinante di Hollywood. Il suo Louis Vuitton custom, disegnato da Nicolas Ghesquière, è una scultura di seta rossa che urla consapevolezza. Non c’è traccia della ragazza che confondeva i cinturini di una scarpa: oggi Andy domina la scena con una sicurezza che la pone, per la prima volta, sullo stesso piano cromatico e gerarchico di Miranda. Vederle sfilare vicine è stato come assistere a un passaggio di testimone silenzioso, un duello di stile dove nessuna delle due è intenzionata a cedere il passo.

Sperimentale

Mentre le due regine giocavano con la maestosità, Emily Blunt ha scelto di interpretare l'anima più tagliente e sperimentale della moda contemporanea. In uno Schiaparelli che sembrava forgiato nel metallo più che cucito nel tessuto, la sua Emily Charlton ha portato sul red carpet un’estetica da "armatura couture". È il look perfetto per chi la moda la vive come una guerra quotidiana, tra un front row e un post virale, confermando che il sequel non si limiterà a citare il passato, ma esplorerà il lato più aggressivo e performativo del fashion system attuale.

Bussola nazionale

Il contrappunto necessario a tanto dinamismo femminile lo ha fornito Stanley Tucci. Il suo Nigel rimane l’unica bussola razionale in un mondo di eccessi: un completo Giorgio Armani dalla pulizia quasi ascetica, capace di dimostrare che la vera eleganza maschile non ha bisogno di gridare per farsi notare. È la calma nel centro della tempesta di flash. L’universo di Runway si è però allargato, accogliendo i volti che oggi definiscono il successo oltre la carta stampata.

Dalla classe intramontabile di Heidi Klum al mini dress Prada di Simone Ashley, vera icona della Gen Z capace di trasformare ogni apparizione in un contenuto virale, il messaggio è univoco: il Diavolo ha smesso di guardare solo all’Upper East Side. Questa premiere è stata la prova generale di quello che vedremo nelle sale dal 29 aprile, un film dove il method dressing diventa linguaggio narrativo. Ogni abito è un indizio, ogni sfumatura di rosso è un avvertimento. Preparatevi, perché la lezione di stile sta per ricominciare. E questa volta, non sono ammesse domande.

 

 

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