Il 46% delle imprese italiane ha risentito degli effetti della guerra

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AGI - "La nostra industria è in pericolo e con essa lo è il futuro del Paese": è l'allarme lanciato da Federmeccanica con la 179esima edizione della sua Indagine congiunturale sull'Industria Metalmeccanica - Meccatronica italiana, relativa al secondo trimestre del 2026.

Nel documento si legge: "Nel secondo trimestre del 2026 le tensioni geopolitiche persistenti e la volatilità dei costi energetici hanno continuato a pesare sull'attività delle imprese manifatturiere. Nel nostro Paese, la produzione industriale resta fragile e i segnali di ripresa risultano ancora discontinui: il tono più vigoroso di inizio trimestre si è poi ridimensionato fino alla frenata di giugno". E ancora: "La debolezza della nostra industria emerge infatti chiaramente dagli ultimi dati: nel secondo trimestre dell'anno in corso la produzione e' aumentata leggermente, sia in termini congiunturali (+0.4%) sia in termini tendenziali (+0,5%)".

L'impatto del conflitto in Medio Oriente sulle imprese

Anche nel secondo trimestre è proseguito il monitoraggio di Federmeccanica sul conflitto in Medio Oriente e sull'intensità del suo impatto sull'attività aziendale. Il 45% delle imprese intervistate considera l'impatto della guerra moderato e il 9% nullo; al contrario, il 46% ritiene significativi gli effetti del conflitto. Tra queste, il 34% prevede un impatto significativo di lunga durata, mentre il 12% ne ipotizza una durata breve.

Nella precedente indagine le imprese avevano indicato come principale conseguenza del conflitto l'aumento dei costi di energia, trasporti, logistica e assicurazioni. L'attuale rilevazione ha quindi approfondito se, e in quale misura, tali rincari siano stati trasferiti sui prezzi di vendita: il 21% delle imprese non ha rilevato aumenti significativi dei costi, mentre il 6% ha dichiarato di non aver ancora potuto trasferire i maggiori costi sui prezzi.

Il trasferimento degli incrementi sui prezzi di vendita è stato trascurabile nel 29% dei casi (fino al 10% del rincaro), ridotto nel 19% (10%-40%) e parziale nel 18% (40%-80%). Il restante 7% delle imprese ha dichiarato di aver trasferito quasi integralmente, oltre l'80% del rincaro, l'aumento dei costi di produzione sui prezzi di vendita.

Ordini, liquidità e occupazione in calo

L'indagine, condotta presso un campione di imprese associate, mostra attese all'insegna di un peggioramento della congiuntura di settore, con le previsioni per i prossimi mesi che indicano un calo dell'attività produttiva e un ridimensionamento dell'occupazione. Scende al 26% (dal 32% della scorsa rilevazione) la quota di imprese che ha dichiarato un aumento delle consistenze in essere del portafoglio ordini. Resta elevata, pari all'11%, la percentuale di imprese che valuta "cattiva o pessima" la situazione della liquidità aziendale. Il 20% (inferiore al precedente 24%) prospetta incrementi di produzione, a fronte di un 27% (in salita dallo scorso 21%) che prevede invece contrazioni.

Si conferma superiore al 70% la quota di imprese che non pensa di modificare la propria forza lavoro (il 13% prevede aumenti, a fronte del 14% che pronostica ridimensionamenti). Il 23% delle imprese intervistate ha attivato procedure per crisi e/o ristrutturazione aziendale: il 12% ha già fatto ricorso agli ammortizzatori sociali, nel 3% dei casi è prevista un'attivazione nei prossimi tre mesi e il rimanente 8% ha dichiarato di essere in fase di valutazione.

Il confronto con l'Unione europea

Nell'Unione europea, dopo il ribasso registrato nei primi tre mesi del 2026, nel secondo trimestre c'è stata un'inversione di tendenza dell'attività produttiva, sia nel comparto manifatturiero (+1,3% congiunturale) sia in quello metalmeccanico (+1,6%), nonostante il rallentamento registrato a giugno. La Germania ha mostrato un lieve recupero (+0,3% su base congiunturale), mentre la Spagna ha segnato una ripresa più marcata (+3,3%); Francia e Italia hanno confermato i modesti risultati positivi del primo trimestre, rispettivamente pari a +0,4% e +0,5%.

Nel primo semestre del 2026 le esportazioni metalmeccaniche italiane sono aumentate in media dell'8,3% rispetto al 2025, sostenute soprattutto dai mercati extracomunitari (+9,9%) rispetto a quelli dell'Unione europea (+6,9%). Le importazioni sono cresciute ancora di più (+11,9%) e il saldo dell'interscambio si è così attestato a circa 23 miliardi di euro, sotto i 25 miliardi registrati nel primo semestre del 2025. Verso l'Ue, tra gennaio e giugno, le esportazioni metalmeccaniche sono aumentate verso la Francia (+11,0%), la Germania (+5,2%) e la Spagna (+3,5%). Tra i mercati extra Ue, le esportazioni verso la Svizzera continuano a crescere in modo significativo (+118,7%, grazie esclusivamente alle vendite di metalli preziosi); in crescita anche quelle verso gli Usa (+4,2%), il Regno Unito (+2,0%) e la Turchia (+1,7%). Sono invece diminuite quelle dirette verso i mercati asiatici di Cina (-4,1%), India (-10,2%) e Giappone (-3,0%).

Imprese, cassa integrazione e lavoro 

Nel periodo gennaio-giugno del 2026 le ore di Cassa Integrazione Guadagni complessivamente autorizzate per gli addetti delle aziende metalmeccaniche sono diminuite del 22,1% rispetto all'analogo periodo del 2025. Le richieste di Cigs hanno però superato quelle di Cigo, rispettivamente 73,1 milioni e 50,7 milioni di ore. La crescita della Cigs è riconducibile soprattutto all'aumento delle ore autorizzate per riorganizzazioni e crisi aziendali (+62,6%), a fronte del calo di quelle destinate ai contratti di solidarietà (-33,7%).

Nell'ambito dell'aggregato, i risultati di produzione nel periodo sono stati contrastanti nei diversi comparti, e questo perché il settore metalmeccanico è fortemente eterogeneo, sia per l'inclusione di una vasta gamma di attività produttive sia per le differenti dimensioni che caratterizzano le imprese. La tenuta del settore è stata sostenuta soprattutto dalle fabbricazioni di autoveicoli e rimorchi (+3,2% congiunturale e +13,4% tendenziale) e di altri mezzi di trasporto (rispettivamente +2,1% e +4,9%). In controtendenza, la produzione di apparecchiature elettriche è diminuita dell'1,7% rispetto al primo trimestre e dello 0,9% rispetto al secondo trimestre del 2025.

L'appello di Federmeccanica

"La nostra industria è in pericolo e con essa lo è il futuro del Paese. I segnali della nostra indagine diventano tanti indizi che fanno una prova e anche qualcosa di più. Potrebbe essere già una sentenza", ha dichiarato la vicepresidente di Federmeccanica con delega all'Ufficio Studi, Alessia Miotto, in occasione della diffusione dell'indagine.

"Il nostro appello - ha proseguito - è rivolto al governo dell'Europa e del nostro Paese. Dobbiamo unire le forze per proteggere l'industria in generale e la metalmeccanica/meccatronica in particolare. Le guerre producono effetti devastanti, la crisi di altri Paesi a noi collegati si riflette sulle nostre filiere, le complessità della transizione continuano a pesare su settori strategici. Ci sono alcune luci che vengono da comparti come quello della navalmeccanica, ma c'è il rischio che poi si navighi in un mondo manifatturiero sommerso dalle grandissime criticità. Non possiamo permettercelo".

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