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'Dentro la metamorfosi', cosa resta di ciò che gettiamo via? - Fast.it

'Dentro la metamorfosi', cosa resta di ciò che gettiamo via?

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AGI - A Milano, negli spazi del Museo di Storia Naturale, la mostra 'Dentro la metamorfosi' sollecita una domanda che non concede più alibi: cosa resta di ciò che gettiamo via? La risposta oggi è ovunque. Negli oceani soffocati dal surriscaldamento climatico, dall'inquinamento chimico e sonoro, dall'overfishing. E dentro di noi: nelle tracce invisibili di plastica che hanno già attraversato i confini del corpo umano.

Promossa dal Comune di Milano e prodotta da Mare Vivo sotto la cura di Marcello Farabegoli, la mostra inaugura 'Tracce', primo capitolo di un programma quadriennale che interesserà tutti gli Istituti Scientifici civici, ovvero anche il Planetario e l'Acquario: un progetto che invita a leggere i segni lasciati dall'impatto umano sul pianeta, ma anche a interrogare le possibilità di una rigenerazione. Al centro l'installazione dell'artista e architetta, Maria Cristina Finucci, che trasforma la grande sala in un organismo pulsante composto da membrane gonfiabili e traslucide: piccole stanze luminose che si attraversano come cellule o come camere di un corpo alterato. Qui la plastica — raccolta, frammentata e ricomposta — smette di essere scarto e diventa apparizione.

L'intelligenza artificiale al servizio dell'arte

"Ho pensato che la intelligenza artificiale potesse disgregare la plastica e poi ricomporla in nuove forme", ha spiegato Finucci, inaugurando la mostra. Un elemento decisivo del progetto è stato infatti l'uso dell'Intelligenza Artificiale: grazie a due diversi programmi, l'Ia ha simulato il processo di frammentazione della plastica operato dal mare e ne ha organizzato i residui in nuove configurazioni visive. Portate all'eccesso, le immagini generate (figure ibride, seducenti ma anche perturbanti) sono state stampate su membrane gonfiabili di plastica che, installate nella sala, ne mostrano l'eccesso, l'invasività, l'impossibilità di essere riassorbita. "È venuto fuori un mondo stranissimo fatto di esseri mutanti: un mondo pericoloso perché la plastica non scompare. Immagini che ho stampate su cabine di plastica che dunque nascondono un'insidia. Ma se il messaggio non passa attraverso un'emozione non genera cambiamento. E l'arte può innescare il cambiamento perché è un linguaggio universale".

Il Garbage Patch State e la finzione geopolitica

Da anni con il progetto del Garbage Patch State, Finucci lavora su questa linea di confine: ha trasformato le cinque grandi isole di plastica, che purtroppo galleggiano negli oceani, in una finzione geopolitica che è al tempo stesso un dato reale: un gesto artistico che non si limita alla denuncia, ma costruisce un immaginario capace di incidere nello spazio pubblico e politico. La domanda allora non è se una metamorfosi sia possibile, ma se siamo disposti a riconoscerla come necessaria. E la mostra lo suggerisce con chiarezza: le conoscenze scientifiche esistono, le soluzioni tecnologiche anche. Ciò che manca è una trasformazione culturale: ridurre i rifiuti, ripensare i modelli di consumo, restituire centralità agli ecosistemi marini. 'Dentro la metamorfosi' tiene dunque insieme questi due piani, estetico ed etico, senza risolverli: l'arte non salva né offre consolazione. Ma può ancora fare qualcosa di decisivo, rendere visibile ciò che abbiamo imparato a non vedere. E forse da questa visione offre l'occasione per ricominciare.

 

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