AGI - Ora che ci ha lasciato riusciremo forse a smettere di ricordare Boris Spassky, decimo campione del mondo della storia degli scacchi, esclusivamente per il match mondiale perso con Bobby Fischer nel 1972 a Reykjavik. Quella che viene riconosciuta universalmente come 'la partita del secolo' fu per Spassky, giocatore universale e maestro di gentilezza, forse il meno sovietico tra i sovietici, solo un capitolo importante di una vita lunga 88 anni.
Spassky ebbe la grande sfortuna di incontrare Fischer al suo massimo. Ma per fortuna aveva già avuto la possibilità di dimostrare al mondo quanto valesse il suo (medio)gioco. "Quando si gioca contro Bobby, non si tratta di vincere o perdere. È una questione di sopravvivenza". Era vero. Durante quel match, in Islanda, schiacciato dalle aspettative moscovite di rivalsa sugli americani, Spassky dimostrò al mondo quale fosse, e quale dovrebbe sempre essere, la virtù di ogni scacchista: il rispetto assoluto per il gioco e per l'avversario. Un valore da difendere in ogni situazione, anche di fronte alla più oppressiva delle richieste, alla (geo)politica più crudele. In piena guerra fredda, un uomo nato e cresciuto a San Pietroburgo aveva dimostrato come non ci fosse niente di male nell'essere amico di un uomo nato a Chicago e cresciuto a New York.
È un'attitudine, quella del comportarsi da gentiluomo, che Spassky conserverà per tutta la vita. Non gli importava che tipo di tormento avesse avuto Fischer e quanto, negli anni, si fosse dimostrato sempre più asociale, scorretto e persino crudele e volgare nei suoi giudizi e nelle sue posizioni estreme. Spassky lo difenderà in ogni occasione, anche con il passare degli anni, fino a chiedere al presidente Bush, con una lettera di un'umanità spaventosa, la grazia per le sue colpe, i suoi reati. "Bobby e io ci siamo macchiati dello stesso crimine. Applichi quindi le sanzioni anche contro di me: mi arresti, mi metta in cella con Bobby Fischer e ci faccia avere una scacchiera". Per Spassky non si trattava di difendere o giudicare una persona ma di comprenderla e, per quanto possibile, di perdonarla.
C'è un altro aneddoto che mi ha sempre colpito in questa storia. "Una volta" raccontò Spassky "ho incontrato Fischer in un ristorante vuoto. Robert, che soffriva di manie di persecuzione, aveva iniziato a ispezionare il posto a fondo. Cercava spie ovunque, dappertutto. L'ho calmato dicendogli: va tutto bene, Bobby. Ho già distrutto tutte le telecamere di sicurezza sovietiche". Credo che si possano contare sulla punta delle dita, e con grande difficoltà, le persone che siano riuscite a intuire cosa passasse davvero per la testa del campione americano. Spassky è stato sicuramente una di quelle. Nonostante la distanza comportamentale che esisteva tra i due. Se Fischer confermò più volte di voler "schiacciare l'ego" dei suoi avversari, il russo rispondeva che la cosa che gli dava più soddisfazione era "combattere ad armi pari" con avversari di grande valore. Due persone diversissime che si sono trovate, per questioni superiori, a rappresentare mondi avversi e contrastanti. Due persone che, in fondo, volevano "solo giocare a scacchi" e che si incontrarono più volte, negli anni, per non perdersi di vista.
Il peso delle responsabilità
Spassky nasce nel 1937 e incontra gli scacchi a 5 anni, in treno, mentre fugge con la famiglia dall'assedio di Leningrado. "Ho pianto dopo aver perso la prima partita, con mio fratello Georgi". Il padre sparisce presto lasciando la madre a crescere i tre figli. Boris ha anche una sorella, fortissima anche lei. Quella per il gioco fu una passione forte, travolgente, ma non esclusiva. Di lui si dice che fosse un atleta completo e che amasse correre, cimentarsi nelle distanze da velocista, sfidare i suoi limiti. Oltre al ping pong. Ma alla fine gli scacchi prevalsero.
Se usassimo la retorica di oggi parleremmo di "bambino prodigio", subito capace di fare incetta di titoli giovanili nell'Urss e in Europa. Il primo squillo arriva nel 1947, quando, all'età di dieci anni, sconfigge il campione sovietico, Michail Botvinnik, in un'esibizione simultanea a San Pietroburgo. Nel 1955, ad Antwerp, in Belgio, diventa invece campione del mondo juniores, preludio al salto tra i professionisti. Un salto che non fu traumatico visto che, tra i tanti record, collezionò anche quello di essere tra i più giovani di tutti i tempi a qualificarsi a un torneo dei Candidati. Spassky, in breve, era un predestinato.
Nel 1969, superando Petrosian, diventa campione del mondo, al secondo tentativo. Vince, inoltre, il campionato sovietico in due occasioini, nel 1961 e nel 1973. In quegli anni, del resto, era riuscito a battere tutti i giocatori più forti dell'epoca. Da Tal a Larsen, da Korchnoi a Keres, da Smyslov a Geller. Ma allo stesso tempo attraversava momenti di risultati scadenti e di delusioni pesanti.
Poi arriva Fischer. La prima volta nel 1960, a Mar del Plata, in Argentina. Ed è lì, probabilmente, che scatta tra loro una scintilla, una silenziosa comprensione. Il periodo più buio però arriva dopo il 1969 e prima del 1972, con la corona in testa. "Non potete immaginare quanto mi sono sentito sollevato quando ho smesso di essere il campione del mondo. Sono stati gli anni più duri della mia vita: ero schiacciato dalle mie responsabilità. Ero io il re ma non ricevevo alcun aiuto esterno, da nessuno". Il re nudo, il re solo. Il re che aveva perso ogni possibilità di arrocco. Spassky (un po') come Fischer.
Difficile non credergli. Soprattutto se consideriamo che l'Unione Sovietica aveva dominato gli scacchi per decenni e, in Islanda, ci si aspettava che Spassky ne mantenesse la supremazia. Con tutti i mezzi possibili. La sconfitta fu un duro colpo. Negli anni successivi decise di trasferirsi in Francia, anche se mantenne sempre un legame con la sua patria e non rinnegò mai le sue origini. Nel 2006, descrisse se stesso come un cristiano ortodosso, un monarchico e un nazionalista russo. Uno legato al mito degli zar, alle radici del suo popolo, alla fede.
La sua privata, costellata anche di momenti difficili, comprese 3 mogli e 3 figli, uno per matrimonio. E nonostante la freddezza che spesso portava con sé alla scacchiera, Spassky aveva un carattere difficile, spigoloso, in cui le emozioni spesso trovavano uno sfogo teatrale. C'è chi racconta di grandi arrabbiature, e altrettante disperazioni, per l'esito di partite e tornei. Ma Spassky aveva anche la battuta pronta. A un giornalista che gli chiese se preferisse il sesso o gli scacchi rispose: "Dipende dalla posizione". Semplice e geniale. Esattamente come era il suo gioco ma anche il sua approccio alla vita.