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Barbara Bellomo racconta la Sicilia di inizio Novecento ne 'L’incartatrice di arance' - Fast.it

Barbara Bellomo racconta la Sicilia di inizio Novecento ne 'L’incartatrice di arance'

5 ore fa 2

AGI - Con 'L’incartatrice di arance' Barbara Bellomo torna a raccontare la sua Sicilia e affida a un romanzo storico il compito di restituire voce a un mondo di donne che attraverso il lavoro hanno guidato la trasformazione sociale.

Il libro è ambientato nella Catania del 1906, una città attraversata dai contrasti: il mercato del pesce, il porto, la povertà, l’intraprendenza commerciale, i primi segnali della modernità industriale. Al centro c’è Rosetta, adolescente cresciuta tra i banchi della pescheria, che si muove in un universo duro ma vitale, dove i sogni sembrano spesso destinati a restare ai margini e dove invece può nascere un’idea capace di cambiare il corso delle cose.

Più che inseguire il colpo di scena, Bellomo costruisce una storia di formazione e riscatto. L’incontro con Concetta Campione, proprietaria di una tipografia in cui lavorano soltanto donne, apre alla protagonista la possibilità di immaginare un futuro diverso.

In quel laboratorio di stampa, tra carte, colori e macchine, Rosetta intravede un lavoro e una nuova idea di sé. Il romanzo si muove così lungo una linea narrativa che intreccia emancipazione femminile, lavoro artigianale, mobilità sociale e invenzione, con il motivo dell’arancia che diventa simbolo concreto di identità territoriale e di visione.

Uno degli aspetti più interessanti del libro sta proprio nel suo impianto storico. Bellomo ambienta la vicenda in una Catania viva di suoni, odori e mestieri, e lega la narrazione a una tradizione produttiva precisa, quella degli agrumi e della loro commercializzazione, fino a evocare il “mistero” dietro la pratica di incartarli singolarmente

A dare ulteriore spessore al libro è il rapporto tra realtà documentata e invenzione narrativa. Il personaggio di Concetta è ispirato alla figura realmente esistita di Concetta Campione, donna che tra fine Ottocento e metà Novecento aiutò molte giovani e guidò con il marito la sua stamperia a Catania. In 'L’incartatrice di arance', come nelle altre opere di Bellomo “si intrecciano vero e verosimile”: un’indicazione utile per comprendere l’ambizione del libro, che vuole sì raccontare una vicenda individuale, ma anche riportare alla luce storie dimenticate e una memoria femminile rimasta a lungo sullo sfondo.

Da questo punto di vista, 'L’incartatrice di arance' si inserisce con coerenza nel percorso autoriale di Barbara Bellomo. Laureata in Lettere, dottore di ricerca in Storia antica, per anni impegnata all’Università di Catania e oggi docente di italiano in un liceo della città, Bellomo ha affiancato all’attività di studiosa una produzione narrativa in cui il legame con la storia e con i luoghi siciliani è centrale.

Prima di questo titolo ha pubblicato con Salani 'La ladra di ricordi' (2016), 'Il terzo relitto' (2017), 'Il peso dell’oro' (2018), 'Il libro dei sette sigilli' (2020) e 'La casa del carrubo' (2022); con Garzanti è arrivata nel 2024 'La biblioteca dei fisici scomparsi'. 

Bellomo ama incrociare ricerca, immaginazione e tensione narrativa. I suoi romanzi nascono spesso da un fondale storico accurato, ma non si esauriscono nella ricostruzione d’epoca. Cercano piuttosto una forma di racconto capace di dare corpo ai personaggi, ai conflitti e alle ombre del passato, rendendoli prossimi al lettore contemporaneo. Ne 'L’incartatrice di arance' questo approccio sembra trovare una sintesi particolarmente efficace, perché alla precisione del contesto si unisce una protagonista che cresce pagina dopo pagina e attraversa il dolore, il lavoro e la scoperta della propria voce.

Non è dunque un romanzo da presentare come semplice saga d’ambientazione o come storia sentimentale in costume. È piuttosto una narrazione che guarda alla Catania popolare e produttiva del primo Novecento per raccontare il coraggio di immaginare il cambiamento.

In controluce, Bellomo sembra interrogare anche il presente: chi può permettersi di scegliere il proprio destino, e a quale prezzo? È in questa domanda, più ancora che negli snodi della trama, che il libro trova la sua forza di richiamo.

Con 'L’incartatrice di arance', Barbara Bellomo conferma così il suo interesse per le figure femminili che sfidano i limiti del proprio tempo e per le storie in cui la memoria locale diventa materia romanzesca. Un libro che profuma di agrumi e di carta stampata, e che promette di accompagnare il lettore dentro una città, un mestiere e una stagione di passaggio, senza smarrire il passo del racconto.

 

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