All’alba della nuova Italia il voto della libertà si tinge di rosa

1 ora fa 1

AGI - Dopo venti anni si rompevano i sigilli che la dittatura fascista aveva apposto sulle urne elettorali. Il 10 marzo 1946 la firma di Umberto di Savoia luogotenente del Regno sul decreto legislativo n. 74 apriva una muova fase nella storia italiana. E non solo perché le sorti del Paese erano affidate al voto degli italiani, ma anche perché per la prima volta anche le donne contribuivano alla costruzione della democrazia. Quello stesso giorno si aprono anche le prime elezioni amministrative che nella prima fase si svolgono dal 10 marzo al 7 aprile, in cinque tornate che interessano 5.722 Comuni, pari a oltre il 75% del totale. Il primo giorno sono chiamati alle urne gli elettori di 436 Comuni, di cui 7 capoluoghi. 

Il decreto luogotenenziale di Umberto e l’obbligo di recarsi ai seggi

La portata del decreto legislativo luogotenenziale è davvero rivoluzionaria, ben al di là dei crismi giuridici alla creazione dell’Assemblea costituente che sarà "eletta a suffragio universale con voto diretto, libero e segreto, attribuito a liste di candidati concorrenti" e la cui rappresentanza verrà attribuita col criterio proporzionale. L’esercizio del voto è espressamente "un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il Paese in un momento decisivo della vita nazionale. L’elenco di coloro che si astengono dal voto nelle elezioni per la Costituente, senza giustificato motivo, sarà esposto per la durata di un mese nell’albo comunale".

Sottrarsi a questo dovere civico prevede per cinque anni l’iscrizione della menzione “non ha votato” sui certificati di buona condotta. Il provvedimento dovrà condurre democraticamente ai 573 deputati all’Assemblea Costituente. Ma si sa già che saranno in realtà 556 perché la provincia di Bolzano e la circoscrizione Trieste-Venezia Giulia-Zara non erano ancora tornate sotto la sovranità del Regno d’Italia.  

La sottolineatura “cittadine” per indicare la concessione del diritto 

L’articolo 4 stabilisce che possono esercitare il diritto di voto tutti i cittadini (omettendo forse non a caso di specificare espressamente il sesso) che abbiano raggiunto la maggiore età entro il 31 dicembre 1945. La forma implicita sull’elettorato attivo utilizzata nel decreto luogotenenziale n. 23 del I febbraio 1945 emanato dal Governo Bonomi viene superata esplicitamente all’articolo 7 del 74/1946 che sancisce: "Sono eleggibili all’Assemblea Costituente i cittadini e cittadine italiani che, al giorno delle elezioni, abbiano compiuto il 25esimo anno di età".

La parola “cittadine”, apre a una nuova era dei diritti, perché le donne possono votare e possono essere votate. Proprio quel 10 marzo vengono ricreate le amministrazioni comunali che il fascismo aveva affidato alla guida dei podestà che erano nominati dal regime. Nei sette capoluoghi il Partito comunista si impone a Imperia e a Grosseto (in ambedue i casi col 44,5%), il Partito socialista di unità proletaria ad Arezzo (33,5) e Rieti (36,1), la Democrazia cristiana a Frosinone (52,7) e Nuoro (31,2) e con un exploit a Enna dai Combattenti e reduci (21,9%). 

La democristiana Caterina Tufarelli Palumbo la più giovane sindaca d’Italia 

Il primo sindaco donna viene eletto proprio il 10 marzo 1946 a San Sosti, in provincia di Cosenza. Si tratta di Caterina Tufarelli Palumbo (1922-1979), candidata nella lista della Democrazia Cristiana, figlia di un avvocato, laureata in Legge, sposata con tre figli. Quando riceve la fascia tricolore il 23 marzo, ha compiuto a 24 anni da un mese; dopo di lei saranno altre dieci le donne elette sindaco, ma lei rimarrà la più giovane in assoluto. Lascerà la sua carica nel 1952 e dal 2016 un suo ritratto campeggia su una parete della Sala delle donne a Montecitorio. Nei cinque turni di marzo-aprile saranno circa duemila le donne elette nei vari consigli comunali. 

L’auspicio del Papa Pio XII e la svolta col referendum istituzionale 

Il Centro Italiano Femminile, fondato il I marzo 1945, era stato così salutato dal Papa Pio XII: "Nella vostra azione sociale e politica, molto dipende dalla legislazione dello Stato e dell’amministrazione dei Comuni. Perciò la scheda elettorale è nelle mani delle donne un mezzo importante per adempiere il suo rigoroso dovere di coscienza".

L’affluenza era stata alta e sarà tale in tutte le fasi di quel 1946 di grandi ed epocali cambiamenti, il cui punto focale storico sta nel referendum istituzionale del 2-3 giugno, spesso erroneamente indicato come il momento simbolico del voto alle donne. Dell’Assemblea Costituente che scriverà la Carta della Repubblica faranno parte 21 donne (9 democristiane, 9 comuniste, una socialista e una del fronte dell’Uomo comune), meno del 4% della sua composizione, e solo 5 della ristretta Commissione dei 75. Ma ormai la strada della parificazione era indicata. 

Leggi l'intero articolo