AGI - Per l’Italia si trattava di un barbaro eccidio, per l’Etiopia imperiale di un legittimo atto di guerra. Il 13 febbraio in località Utok Emni, nei pressi di Mai Lahlà, il cantiere della Società Nazionale Trasporti Gondrand che si occupava di costruzioni stradali veniva attaccato da truppe etiopiche appartenenti ai reparti comandati dal generale Ras Immirù Hailé Selassié, cugino quasi omonimo dell’imperatore.
La zona era nelle retrovie del fronte e vicina al confine con la colonia italiana dell’Eritrea. L’assalto era scattato nella notte tra 12 e 13 al villaggio di Daro Taclé in cui erano alloggiati gli operai coordinati dagli ingegneri Cesare Rocca e Roberto Colloredo Mels: erano poco meno di un centinaio e stavano lavorando all’allargamento della rotabile Asmara-Adua.
L’ingegner Rocca spara alla moglie per risparmiarle le violenze
Non conosciamo con esattezza quanti etiopi avevano preso d’assalto le baracche, sicuramente diverse centinaia, ma sappiamo che gli operai si difesero con i 15 fucili in dotazione e nel corpo a corpo anche con vanghe e badili. Alla fine sul terreno rimasero i corpi di 68 italiani e 17 eritrei, un numero imprecisato ma comunque alto di imperiali, e due lavoratori, unici sopravvissuti, vennero presi prigionieri: Alfredo Lusetti ed Ernesto Zannoni, che saranno in seguito liberati. Lydia Maffioli, moglie dell’ingegner Rocca, venne ritrovata uccisa a colpi di rivoltella, e assai probabilmente era stato il marito a spararle per evitarle peggiori brutalità. Quando al cantiere Gondrand giunsero le truppe di un vicino distaccamento, un paio d’ore dopo la fine degli scontri ma giusto in tempo per agganciare una colonna nemica di retroguardia e disperderla, con raccapriccio i soldati riscontrarono il massacro e pure lo scempio effettuato sui cadaveri degli operai, che erano stati mutilati e in alcuni casi anche evirati.
Scatta la rappresaglia indiscriminata con fucilazioni e impiccagioni
L’orrore innesca una reazione spietata che sfugge a ogni possibile controllo. Nelle memorie e negli atti degli ufficiali italiani vengono riportate le fasi della spirale della violenza per vendicare i morti e il vilipendio ai loro corpi. I primi a farne le spese sono i civili della zona prossima al massacro, dove viene passato per le armi chiunque si trovi nel posto sbagliato e nel momento sbagliato. I primi obiettivi della rappresaglia sono i capi villaggio, giustiziati e lasciati sulla forca agli avvoltoi come macabro monito. Ma sui tavoli dei comandi giungono in continuazione rapporti su quanto sta accadendo. L’odio verso gli etiopi esplode a capriccio, alimentato anche dal terrore nei soldati nazionali e coloniali e pure negli operai civili sulla sorte che li attende qualora cadano in mani nemiche. Ai militari arriverà presto la raccomandazione a lasciare sempre un proiettile per loro stessi. La violenza spesso è tanto brutale quanto ingiustificata. Il culmine si ha il 7 marzo, quando durante un’ispezione da parte delle truppe coloniali che fanno parte del Regio Esercito nel villaggio di Adi Anfitò, sono rinvenuti oggetti che erano appartenuti all’ingegner Rocca. È un’orgia di sangue e di morte.
Il racconto raccapricciante del sottotenente Flaiano negli appunti sul taccuino
Quello che accade dopo è raccontato in un appunto sul taccuino di guerra del sottotenente Ennio Flaiano, che nel 1947 racconterà la sua esperienza nella guerra d’Etiopia alla quale aveva preso parte come volontario con il romanzo “Tempo d’uccidere” che gli varrà il primo Premio Strega: «Il 7 marzo ad Adi Onfitò arriva il gruppo Spahis del II Corpo d’Armata, ispeziona qualche tucul. Si trovano degli oggetti appartenenti all’ingegnere Rocca (ucciso insieme alla moglie nel massacro del Cantiere Gondrand di Mai Lalhà). Gli abitanti, che avevano già ottenuto da altre truppe il permesso di libera circolazione, vengono uccisi in massa. Le donne e gli uomini asserragliati nella chiesa sono trucidati. Una donna, la più avvenente, viene posseduta in circolo e poi nel suo sesso è introdotto un tizzone: un tizzone del rogo che era servito per bruciare il cachì copto. Poi la chiesa viene sgombrata dei cadaveri. Si decide di bruciarli. Alcuni militi della 107ª si accingono all’impresa disgustosa. In una cassa vien trovata, gli occhi sbarrati dal terrore, una povera malata. Vien messa insieme agli altri vicino al rogo. Un centurione la scorge e urla: “Ma è viva!”. Risponde il milite: “No, signor capitano, è quasi morta”. Ad ogni modo la donna, salvata dal fuoco la sera, vi andò l’indomani. Era morta nella nottata».
La denuncia alla Società delle Nazioni che non sarà mai discussa
Due giorni dopo, il 9 marzo, il segretario generale del Ministero degli Esteri retto da Benito Mussolini, Fulvio Suvich, inoltra a nome del governo italiano alla Società delle Nazioni un documento di denuncia del massacro di Gondrand. La relazione parla di «aggressione selvaggia e sanguinaria contro operai non combattenti», di «accanimento bestiale su feriti e cadaveri, molti dei quali totalmente o parzialmente evirati (…) o sottoposti ad altre terribili mutilazioni», con elenco dettagliato e raccapricciante. Ma la SdN che aveva imposto le sanzioni all’Italia dopo l’attacco all’Etiopia del 3 ottobre 1935 non avrà tempo di pronunciarsi perché il confitto sarà chiuso ufficialmente il 5 maggio 1936 con l’ingresso del Maresciallo Pietro Badoglio ad Addis Abeba e la vittoria italiana nella più grande guerra coloniale della storia.
Funerali di Stato per il generale Ras Immirù che diede l’ordine d’attacco
L’attacco al cantiere Gondrad sarà rivendicato da Ras Immirù come un legittimo atto di guerra. Lui stesso aveva dato ordine di conquistarlo perché gli operai erano in zona di operazioni ed erano armati, tant’è che si erano difesi aprendo il fuoco e provocando perdite importanti agli etiopi. Il generale ricordava che i suoi civili non potevano fare nulla e non avevano armi di difesa contro gli aerei italiani che li bombardavano con esplosivi e gas. Immirù dopo la resa continuerà la guerriglia fino alla cattura avvenuta nel dicembre 1936 e la deportazione in Italia. Sarà internato a Ponza, nella stessa villa che dopo l’arresto del 26 luglio 1943 sarà utilizzata da Badoglio per nascondere Mussolini dalla caccia che gli stanno dando i tedeschi di Otto Skorzeny su ordine diretto di Adolf Hitler. Dopo la defenestrazione nel 1974 di Hailé Selassié rimesso sul trono dagli inglesi nel 1941, Ras Immirù seguirà il cugino imperatore in esilio e morirà nel 1980, sepolto ad Addis Abeba con funerali di Stato.







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