AGI - Un ricciolo, per qualcuno un artiglio, una sinfonia di bianco e di blu. Una cresta di spuma, colta nell’attimo in cui si rovescia, un’onda anomala del Pacifico, che farebbe la gioia di un surfista. Sullo sfondo, come un totem, il sacro monte Fuji, che la leggenda lega alla vita eterna, nella ricerca disperata dell’immortalità. È “La grande onda di Kanagawa” (1831), icona mondiale dell’arte di Hokusai Katsushida (1760-1849), pittore e incisore giapponese, eccentrico e perfezionista. Un capolavoro finito come un imprinting su gadget di ogni tipo, un po’ come la Gioconda.
Una vita tormentata e vagabonda, alti e bassi proprio come su di un’onda che sale per poi precipitare, fino alla povertà estrema. Si sposò due volte, ebbe sei figli. Cambiò di casa più di 90 volte, mutò continuamente di nome. Incisore e talento poliedrico, fece anche il fattorino per una biblioteca ambulante, scrisse e illustrò libri gialli, racconti per donne e bambini, oltre ai grandi classici della letteratura, fino ai “Manga”, antenati dei fumetti. Fu anche un eccellente poeta haiku. “Anche se fantasma, me ne andrò per diletto sui prati d’estate” scrisse ancora sul letto di morte e poco prima: “Se il Cielo mi concedesse ancora dieci anni… anche solo cinque anni in più sarei potuto diventare un vero artista”.
Il vecchio pazzo per la pittura e la ricerca della perfezione
Mentre nella postfazione delle “Cento vedute del monte Fuji”, “il vecchio pazzo per la pittura”, soprannome a fine carriera, annotava: “Sin dall’età di sei anni ho amato copiare la forma delle cose e dai cinquant’anni pubblico spesso disegni, ma fino a quel che ho raffigurato a settant’anni non c’è nulla degno di considerazione. A settantatré ho un po’ intuito l’essenza della struttura di animali e uccelli, insetti e pesci, della vita di erbe e piante, perciò a ottantasei progredirò oltre; a novanta ne avrò approfondito ancor più il senso recondito e a cento anni avrò forse veramente raggiunto la dimensione del divino e del meraviglioso.
Quando ne avrò centodieci, anche solo un punto o una linea saranno dotati di vita propria. Se posso esprimere, prego quei lor signori che godranno di lunga vita di controllare se quanto sostengo si rivelerà infondato”. Morì a 89 anni. Molti lavori perirono in un incendio del suo laboratorio.
La mostra di Hokusai a palazzo Bonaparte a Roma
Ora duecento opere sono in arrivo a Palazzo Bonaparte a Roma per la Mostra al “Grande Maestro dell’arte giapponese” dal 27 marzo, in occasione dei 160 anni delle relazioni diplomatiche fra Italia e Giappone. Evento promosso da Federico Mollicone, presidente della commissione cultura della Camera, realizzato da Arthemisia e curato da Beata Romanowicz grazie alla collaborazione del Museo nazionale di Cracovia che, per la prima volta, porta in Italia alcuni fra i più prestigiosi pezzi della famosa collezione asiatica. Un’arte che ha ispirato geni come Van Gogh, Gauguin, Degas, Renoir, Klimt e perfino Debussy…
L'influenza del sol levante e l'arte giapponese
D’altronde non c’è Paese, cultura o società, come quella del Sol Levante, che sia stata in grado di assorbirne altre con totalità e immedesimazione senza però mai aver perso se stessa. Il Giappone ne è stato permeato a ondate (!) tra cui buddhismo, confucianesimo, sciamanesimo siberiano, cristianesimo con Corea, Tibet, India, Occidente, Usa, ma non ha mai smesso di essere giapponese.
Dalla società feudale dei samurai, dall’aristocrazia di spada al Sol Levante dei grattacieli e del progresso tecnologico, l’iter in filigrana di un’arte delicata e raffinata, sempre fedele a se stessa. Unica e preziosa. Grazie soprattutto anche a un “vecchio pazzo per la pittura”.







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